Sotto il celio azzurro - la recensione del documentario di Edoardo Winspeare

29 aprile 2010
4 di 5

45 bambini, 32 nazionalità, ogni classe sociale rappresentata, è questa la scuola materna romana Celio Azzurro, una realtà che da 20 anni coinvolge generazioni di bambini, ma anche genitori in un esperimento perfettamente riuscito.

Sotto il celio azzurro - la recensione del documentario di Edoardo Winspeare

Sotto il celio azzurro - la recensione

45 bambini, 32 nazionalità, ogni classe sociale rappresentata, è questa la scuola materna romana Celio Azzurro, una realtà che da 20 anni coinvolge generazioni di bambini, ma anche genitori in un esperimento perfettamente riuscito.

Erano molti i modi in cui Edoardo Winspeare avrebbe potuto realizzare un documentario su questa scuola. Quello che possiamo dire è che per fortuna non ha scelto di mettere al centro delle vicende le storie spesso disperate di molti dei bambini, alla ricerca di una commozione facile, dopata. Ma il punto di vista è quello dei Maestri e del loro responsabile, degli adulti che si dedicano quotidianamente in maniera straordinaria, quasi eroica, a questi bambini, un vero e proprio arcobaleno, sempre stimolando in loro la voglia di giocare, di usare la fantasia, soprattutto di aprirsi uno con l’altro, di aiutarsi, quando si tratti di imparare l’italiano o magari di inseguire un Re orientale in un gioco. Celio Azzurro non è una scuola in cui parcheggiare i bambini. Non a caso il film inizia proprio con loro: i genitori, che vengono costantemente coinvolti e che troviamo alle prese con una attività in cui devono parlare per tre minuti con la persona che conoscono meno e devono poi raccontarla in prima persona a tutti gli altri genitori.

Diciamo subito che il film convince, nella sobrietà assoluta con cui si mette al servizio di questa storia, raccontando un anno scolastico con la sua poetica banalità di frontiera, riuscendo nel piccolo miracolo di farci sentire partecipi di quanto accade in aula, come già accaduto ne La classe di Laurent Cantet. Sotto il Celio Azzurro riesce poi molto di più di pedanti dibattiti a tracciare un ritratto vivo e illuminante sulla condizione di immigrato. In questo senso esemplare risulta una scena in cui ad una coppia viene chiesto dai maestri che lingua parlino a casa: “il romeno” rispondono, aggiungendo “ma tanto lui risponde sempre in italiano”. Un micro ritratto sull’immigrazione di seconda generazione e sul suo cercare di essere uguale agli altri, di confondersi quasi, rischiando magari l’omologazione, che è solo uno dei momenti di ricchezza di questa esplosione di colori. Solo poche volte con asciutti, ma riusciti ritratti seguiamo alcuni genitori al di fuori della scuola, entriamo discretamente nella loro vita quotidiana.

Un film politico nel senso più pieno, quasi rivoluzionario: la rivoluzione di chi fa il suo lavoro bene, con passione, nonostante il clima politico degli ultimi anni che cerca l’esclusione e non certo il multiculturalismo; nonostante le difficoltà economiche, con la precarietà di ogni anno scolastico che potrebbe essere l’ultimo; nel coraggio di chi compila con attenzione e precisione una lista delle cose da sistemare nella scuola, impedendo con sforzi sempre più estremi che vada tutto in pezzi. Ma sono cicatrici che si rimarginano con difficoltà crescente, “Celio Azzurro non ce la fa” si dice ad un certo punto. Insomma una rivoluzione delle piccole cose che rischia di essere un’altra sconfitta della nostra società ingrigita e dai riflessi appannati. Un film che riempie l’anima e commuove con una poeticità mai indotta, ma naturale e spontanea come Celio Azzurro, e ci regala uno dei migliori film italiani della stagione.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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