Sotto assedio - White House Down: la recensione del film

25 settembre 2013
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Emmerich demolisce di nuovo la Casa Bianca

Sotto assedio - White House Down: la recensione del film

In parte per dare un senso alla sua vita con un alto ideale, in parte per compiacere la figlia che idolatra il Presidente degli Stati Uniti James Sawyer, il guardiaspalle John Cale sogna di entrare nella scorta presidenziale. La sua domanda viene respinta, ma proprio il giorno in cui la Casa Bianca viene attaccata dall'interno e il presidente diventa ostaggio di un commando organizzato dalle oscure mire. Saprà dimostrare quanto vale.

Recensendo 2012 ci domandammo ironicamente se il modo in cui il regista tedesco Roland Emmerich si mantiene fuori e dentro il cinema hollywoodiano, a tratti credendoci e altrove ironizzandovi, fosse casuale o voluto. Dopo quelle considerazioni e soprattutto dopo la diversa e spiazzante prova di Anonymous, Sotto assedio - White House Down non può sfuggire a una lettura simile.
Superficialmente il film segue in modo spudorato il solco dell'action hollywoodiano, con un Channing Tatum protagonista dinamico, con tanto di canottiera in stile McClane. C'è un presidente nero, interpretato da Jamie Foxx e chiaro ammiccamento a Obama, ci sono veterani del cinema americano come James Woods e Richard Jenkins, molto in parte. Il registro della regia e del copione (di James Vanderbilt) abbraccia a corpo morto l'eccesso, mentre gli stereotipi del genere si susseguono con compiaciuto sprezzo della plausibilità. Goffaggine? Non sembra, perché il gioco è spudorato, con gag, battute e situazioni parossistiche, più una costruzione dell'azione in un crescendo piuttosto divertente, se ci lascia andare.

E' interessante allo stesso tempo però che Emmerich faccia correre in parallelo al binario spettacolare un altro agli antipodi: mentre l'azione celebra l'uso pirotecnico e coreografico di ogni tipo d'arma da fuoco, nella vicenda il Presidente è impegnato in un trattato, malvisto dalla destra, per rimuovere le truppe americane e alleate dal Medio Oriente. Non diremmo che è un messaggio politico elaborato, ma è almeno una presa di posizione affettuosa da parte di un cineasta europeo prestato alla Hollywood che comunque ama: Emmerich accetta e celebra le armi di un cinema giocattolo, augurando a se stesso che l'America di Barack Obama sia sul serio disposta a considerare il proprio spirito bellico non attualità reale, ma puro materiale da b-movie come i suoi.

Per questo ci sentiamo di chiudere un occhio su alcuni dialoghi goffi (specialmente all'inizio): l'utopica separazione della politica dall'entertainment è l'ennesimo lapsus freudiano di un regista che continua a risultarci simpatico nel suo filoamericanismo critico, comune a molti di noi.





  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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