Songbird, o della pandemia secondo Michael Bay: la recensione del film

30 giugno 2021
2.5 di 5

Arriva in Italia il "primo film girato negli USA durante il lockdown", prodotto dall'autore di Armageddon e Transformers. Grande dinamismo visivo per una storia che, prevedibilmente, spettacolarizza la realtà e tiene un piede nella staffa dell'action e uno in quello del melodramma.

Songbird, o della pandemia secondo Michael Bay: la recensione del film

Il nome del regista (accreditato) sarà anche quello di Adam Mason, ma è inutile girarci intorno: Songbird porta impresso a fuoco il marchio di quello che sulla carta è "solo" il suo produttore, Michael Bay. Nel bene, come nel male. O viceversa, se preferite.
Di fronte a un film così, girato a quanto pare in fretta e furia e forse senza nemmeno tanto rispetto per i protocolli sanitari per potersi fregiare del titolo di "primo film girato e completato a Los Angeles durante la pandemia", è anche abbastanza inutile tirat fuori questioni etico-morali; perché la voglia di stravolgere una realtà già di per sé abbastanza stravolgente a fini spettacolari e d'intrattenimento è talmente sfacciata ed evidente che ogni discorso sull'opportunità, o sul tatto, sarebbero sofismi salottieri in fondo ben poco attinenti con l'oggetto della discussione.

Bastano alcune inquadrature iniziali, per capire cosa sia Songbird, oltre alla tormentata storia d'amore tra due ragazzi bellocci separati dal lockdown e dal virus: scene in cui più che la desolazione a suo modo affascinante delle chiusure che tutti abbiamo vissuto portano immediatamente alla mente gli zombie movie più recenti, con una città post-apocalittica presidiata militarmente e attraversata in bici da un corriere belloccio che poi è anche il nostro protagonista.
Il riferimento, se vogliamo, non è solo estetico, ma qualcosa di più, perché alla fine dei conti - e qui magari l'etica e la morale potrebbero anche essere tirate in ballo - con la sua storia Songbird sembra implicitamente avvicinare la vita in lockdown a quella dei morti viventi, a una non-vita figlia della privazione violenta della libertà personale.

Siamo comunque di fronte a una distopia, è bene ricordarlo.
Siamo nel 2024, il virus è ben più evoluto e cattivo di quel che conosciamo, e oltre ai due innamorati in difficoltà (KJ Apa e Sofia Carson) di sono anche ricchi che fanno affari illegali sottobanco (Demi Moore e Bradley Whitford), giovani cantanti disilluse e chiuse in un hotel dove poi ricevono anche clienti particolari (Alexandra Daddario), reduci in carrozzella con drone fan della cantante (Paul Walter Hauser) e il solito capo pingue e bonaccione che il nostro protagonista fa dannare ma che alla fine gli vuole un gran bene (Craig Robinson).
C'è anche un villain, interpretato da Peter Stormare, che è lo psicotico e corrotto capo del dipartimento d'igiene di questa città che è Los Angeles anche senza essere mai chiamata per nome (era un semplice spazzino ma poi son morti tutti, e lui è saluto in cima alla catena di comando): un personaggio modellato sul Gary Oldman di Leon: uno dei tanti ammiccamenti a cinema più noto e anche più riuscito che si affastellano alla rinfusa in Songbird, che vanno da Velluto blu (in alcuni look di Whitford che citano il Dennis Hopper lynchiano) a Blade Runner (nella fuga romantica dei ragazzi protagonisti), passando per tanti neon alla Winding Refn.

A bilanciare l'opinabile retorica sulla privazione delle libertà, arriva in Songbird un sottotesto blue collar che prevede l'estetizzazione dei mestieri più faticosi e meno redditizi, la vittoria dei più poveri e la condanna dei ricchi moralmente corrotti, come quasi d'obbligo nella terra del West e del Western, dove l'individualismo è esasperato e il cinema l'unica forma di riscatto per le classi più disagiate.
Ma è anche inutile girare attorno a questa teoria, in un film che mette sempre al primo posto la sua estetica, la sua forma visiva, dinamica e iper-contemporanea, e la messa in scena di sentimenti ed emozioni basilari. Per Bay e Mason, è evidente, quel che conta è l'entertainment: e a maggior ragione, potevano sforzarsi un po' di più.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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