Somnia: recensione del film horror di Mike Flanagan con Kate Bosworth e Jacob Tremblay

25 maggio 2016
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Sotto il vestitino horror, un mélo familiare e psicanalitico.

Somnia: recensione del film horror di Mike Flanagan con Kate Bosworth e Jacob Tremblay

Sotto al vestitino da horror fin troppo corto, Somnia è un mélo familiare. E non è certo il primo film che, nella storia del genere, guarda a sinistra ma poi tira a destra, tanto per citare Moretti.
Quello di Mike Flanagan è un film di madri e di figli, di prime che perdono i secondi ("Nessuno dovrebbe sopravvivere ai propri figli", dicevano in Stargate, ma lo dicevano in tanto anche prima) e dei secondi che perdono le prime: rotture ante-tempo che rappresentano ferite consce e inconsce capaci, quelle sì, di generare l’orrore puro.

La chiave di Somnia, per declinare al fantastico questi temi, è quella usata e abusata del sogno, col giovane protagonista Cody capace far diventare reali agli occhi degli altri i suoi sogni: quelli belli come quelli brutti, bruttissimi. Bruttissimi perché, ci ricorda l'esplicitissimo copione di Flanagan e Jeff Howard, i sogni sono i dialoghi che abbiamo con noi stessi, e l'inconscio di Cody ha un sacco di sassolini nella scarpa da levarsi, e ce li ha da quando sua madre è morta e l’ha lasciato solo, sei anni prima.
Dìaltronde, ed è sempre il copione a parlare, i figli sono come dei sogni, per i padri e le madri, la concretizzazione (guarda un po') dei desideri più profondi dei genitori: e allora non solo l'incontro tra Cody e il personaggio di Kate Bosworth è inevitabile, ma diventa necessario per allineare e far convergere le rispettive proiezioni.

Gioca facile, Flanagan, va sul sicuro: tutto è spiegato e simbolismi e metafore sono di basilare decifrazione, anche senza mai aver letto un rigo di psicologia o psicanalisi, e tutto è ripreso e raccontato con lo stile pulito e lineare dei suoi film precedenti. Scene d'(ir)razionalità elementare, costruite sul sentimento che lascia subitaneamente spazio alla tensione, ma sempre privilegiando il cuore sulla pancia.
Spaventi, pochi: Flanagan non è Wan, non usa trucchetti, ma ama la suspense. E quando azzecca un tono, come nel caso nella passeggiata finale di Kate Bosworth negli incubi di Cody, qualche brividino corre lungo la schiena. Ma tutto è solo funzionale all'abbraccio tra una madre e un figlio, tra una donna che si prende la briga di mostrare a un ragazzino che quel che gli fa più paura è solo quel che gli ha causato più dolore.

Somnia è così, lotta per il lieto fine e lo ottiene, senza le ambiguità o i ribaltamenti tipici del genere. Perché lo abbiamo visto e capito fin dal primo minuto: Cody non è un bambino malefico, non fa paura. Con gli occhioni azzurri di Jacob Tremblay, e il suo chiedere sempre scusa per l’ingombrante dono che ha, fa più tenerezza che altro. Figurati se è pensabile fargli del male o dargli delle colpe.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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