Solo Dio perdona - la recensione del film di Nicolas Winding Refn

22 maggio 2013
2.5 di 5

Dopo una serie di film uno più bello dell'altro, Nicolas Winding Refn incappa con Solo Dio perdona nel suo primo vero passo falso dai tempi di Fear X.

Solo Dio perdona - la recensione del film di Nicolas Winding Refn

His winning streak is done, si potrebbe dire, parafrasando un verso di una canzone degli Eels (“Losing Streak”, da "Blinking Lights and Other Revelations", 2005).
Perché, dopo una serie di film uno più bello dell’altro, Nicolas Winding Refn incappa con Solo Dio perdona nel suo primo vero passo falso dai tempi di Fear X. Intendiamoci, non che sia un film intrinsecamente brutto, o un fallimento disastroso: ma segna una chiara involuzione e un certo imprigrimento da parte del regista danese.

Sorta di tragedia shakespeariana allucinata e dilatatissima, tutta incentrata sul rapporto edipico, castrante e mancato di un figlio con una madre crudele e spietata, Solo Dio perdona è imprescindibile dalla sua forma.
Refn utilizza una fotografia ultra nitida, dove le luci al neon virano costantemente i toni delle scene e dei volti, dove la macchina da presa si muove lentissima e claustrofobica anche negli spazi aperti, dove il montaggio suggerisce stati di allucinazione costante (e il film è dedicato a Jodorowski), dove tanto la violenza quanto i sentimenti sono messi in scena con raggelante distanza. Dentro a Solo Dio perdona, allora, si ritrovano il citato Fear X come Valhalla Rising e Bronson: ma, rispetto soprattutto agli ultimi due titoli, l’impressione è che questo nuovo film sia per il danese un esercizio di stile, notevole ma privo della forza innovativa e dirompente, dell’inquietudine, dell’astrazione e della carnalità che il suo cinema era in grado di evocare, carico invece di simbolismi e soluzioni piuttosto facili.

Anche il fatto che rappresenti una seconda collaborazione del regista con Ryan Gosling dopo Drive non aiuta molto a valutare positivamente questo film, ché l’attore americano perde tutto il carisma e la capacità di evocare con silenzi e piccoli gesti che aveva avuto in quel film, apparendo un po’ spaesato e caricaturale.
Meglio fa Kristin Scott Thomas nel ruolo della Madre, e anche Vithaya Pansringarm nei panni del fantasmatico Angelo della Vendetta, figura mistica e ai limiti dell’onirico.

Volutamente ostico (ma non troppo, suvvia) e comunque capace di qualche momento notevole, se non altro per il grande talento visivo di Winding Refn e della sua capacità di raccontare la violenza come nessun altro e di dare importanza nodale a dettagli apparentemente secondari, Solo Dio perdona sarebbe un film degno di considerazione forse diversa, fermo restando il suo formalismo e la mancanza di emozione seppur algida, non fosse stato preceduto da quanto il danese ha già realizzato.
Di vittoria, quindi, proprio non si può parlare: al massimo, visto che a Refn vogliam bene e crediamo ancora nelle sue capacità, Solo Dio perdona fa registrare un tribolato pareggio.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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