Sole: recensione del dramma di Carlo Sironi presentato al Festival di Venezia 2019

29 agosto 2019
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Opera prima di grande interesse della sezione Orizzonti sulla maternità.

Sole: recensione del dramma di Carlo Sironi presentato al Festival di Venezia 2019

La maternità torna al centro del racconto cinematografico in Italia, da punti di vista originali, coinvolgendo giovani all’esordio. È il caso di Maternal di Maura Delpero (Locarno 2019) e ora di Sole di Carlo Sironi, classe 1983, la cui opera prima è passata nella sezione Orizzonti di Venezia. Lo spunto può ricordare il poco fortunato Una famiglia, di Sebastiano Riso: una donna porta avanti una gravidanza per poi vendere il neonato a una coppia benestante impossibilitata ad avere figli. Intorno a loro un sottobosco criminale disprezzabile, pronto a trarre vantaggio da un istinto così naturale e irrefrenabile come quello materno (e paterno).

Sole è il nome scelto dalla coppia che riceverà il pargolo, con il marito che ha incaricato il nipote Ermanno, uno scansafatiche sempre chino sulle slot machine o impegnato in piccoli furti, di prendersi cura della polacca Lena, giunta in Italia per portare avanti la gravidanza. Il ragazzo finge di essere il padre, nel corso di alcune visite in ospedale in cui Sironi capovolge la consueta gioia dei genitori che assistono al sano sviluppo del prossimo nascituro. La messa in scena è quella di una madre che cerca di ignorare ogni pulsione naturale, ogni manifestazione di gioia legata alla creatura che porta in grembo, allineandosi al glaciale e annoiato disinteresse del presunto padre Ermanno.

Una nuova vita, sarebbe potuto essere questo il titolo di Sole, intendendo il nuovo venuto, ma anche il percorso che porterà i due “genitori” di cui sopra verso una possibile conversione. Senza lasciarsi andare alla scorciatoia di scene madri, o di svolte più o meno improvvise, Sole procede con una flemma rigorosa, un centimetro alla volta, proprio come la vita, indugiando in giornate apparentemente una uguale all’altra, che solo con il tempo portano al cambiamento e alla maturazione. In questo sono esemplari le interpretazioni di Lena e Ermanno, provenienti da esperienze molto diverse. Sandra Drzymalska è un’attrice, mentre Claudio Segaluscio è all’esordio davanti alla macchina da presa. Entrambi cercano di rispondere alle molte domande che il film suscita, con una capacità non comune di suscitare identificazione e l’eco di questi interrogativi nel profondo degli spettatori. Cosa vuol dire maternità biologica? Quando (e se) finisce il legame fra chi porta avanti una gravidanza e il neonato, anche se poi quest’ultimo è destinato a un’altra famiglia, una volta completato l’allattamento al seno? in che modo l’istinto di prendersi cura di un nuovo nato può portare a trovare nuove energie per prendersi cura anche di se stessi?

Carlo Sironi dimostra sorprendete maturità nel trovare una sua chiave, formale e narrativa, affrontando tematiche complesse senza riproporre schemi abusati del nostro cinema d’autore. Sono gli sguardi e le interiorizzazioni a deflagrare con una violenza più efficace di uno scatto d’ira, mentre si costruiscono i legami, paralleli e solo in pochi momenti incrociati, delle due donne del film: Lena, che pensa alla gravidanza come a un lavoro come tanti, fase transitoria in attesa di costruirsi altrove un futuro, e Bianca (Barbara Ronchi), dal cui disperato bisogno di maternità tutto ha avuto inizio. 

Sole è un esordio molto promettente, che ci fa aggiungere con piacere il nome di Carlo Sironi a quello dei giovani autori pronti a dire la sua nel futuro delcinema italiano.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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