Sole Cuore Amore: recensione del film di Daniele Vicari con Isabella Ragonese e Eva Grieco

15 ottobre 2016
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Il regista impugna la matita rossa e s'impegna a evidenziare ben bene tutti gli errori e gli orrori della condizione sociale del nostro paese.

Sole Cuore Amore: recensione del film di Daniele Vicari con Isabella Ragonese e Eva Grieco

Il rosso. Il rosso del cappottino spielberghiano indossato da Eli, che è Isabella Ragonese. Quello degli arredi del bar del Tuscolano dove lavora, che si chiama Rosso Relativo (ancora canzonette, come quella che dà il titolo al film), e che la vede impiegata sette giorni su sette, costringendola - lei che abita a Nettuno col marito disoccupato Francesco Montanari e quattro figli quattro a 35 anni - ad alzarsi alle 4 e mezza del mattino e tornare in casa alle 10 di sera passate.
Il rosso delle lucette notturne della camera dei bambini e delle fermate della metro, quello degli abiti della sua amica e vicina di casa Vale (Eva Grieco), ballerina anzi performer in discoteca con incertezze sessuali e una madre borghese che non la capisce.
Il rosso che è del sangue, che non si vede mai ma che viene pompato, con tutta la fatica del vivere, di quel vivere lì, da un cuore che si rivelerà debole, troppo debole.
Il rosso dell'evidenziatore di Daniele Vicari, della matita con la quale sottolinea calcando per bene sul foglio del film tutti gli errori e gli orrori della nostra società.

Fare un film, raccontare una storia, però non dovrebbe far sentire maestri, o censori. Fare il regista non dovrebbe significare salire in cattedra e arringare un pubblico: tu con quel pubblico dovresti stare assieme, con loro, fra di loro, non sentirti in dovere d'impartire una lezione.
Vicari, si sa, è animato da una forte e legittima passione politica e civile; che qui cerca di farsi meno rabbiosa e più compassionevole, come testimoniano anche la morbidezza di certi movimenti di macchina, e l'eleganza della bella colonna sonora jazz di Stefano Di Battista; ma l'impressione è, pur con tutta questa apertura alla costruzione del cinema, che più sottolinea, più evidenzia, più diventa chiaramente programmatico nel suo racconto, meno riesce a trovare la verità, la verosimiglianza e la sincerità di Sole Cuore Amore.

Attorno alla storia di Eli - che Vicari ha pure voluto orfana, che parla un romanesco meccanico e ostentato nemmeno fosse una Magnani del Terzo Millennio, ma sua figlia maggiore non ha la minima inflessione - che compie scelte sbagliate oppressa dal senso del dovere e dalla necessità economica, il regista ha avvolto quella di Vale, sublimazione esistenziale di problematiche tutte pratiche e concretissime, strutturando un parallelo non sempre giustificato che trova la massima esplicitazione, con una certa ovvietà, nei montaggi alternati che aprono e chiudono il film.
Ma nel resto di Sole Cuore Amore, Eli e Vale rimangono su due strade parallele e separate che solo occasionalmente si toccano davvero, e che servono a dare un maggiore respiro cinematografico al racconto, a non diventare ossessivo appresso ai dolori e alle fatiche di Eli, che pure sul lavoro è sempre solare, fin troppo solare, poco credibilmente solare.

Un'altra strada ancora, questa volta reale, la Pontina attorno alla quale si sfalda e si riaggrega la periferia romana che si allunga verso sud, rimane invece inespressa, sottoutilizzata, castrata. Peccato, perché si tratta di uno spazio geografico e umano che poteva regalare delle occasioni.

UPDATE: Grazie alla segnalazione di un collega, apprendo che la storia di Eli è tale e quale a quella di Isabella Viola, 34enne di Torvaianica morta a Roma nel 2012. Ci si chiede come mai Vicari non abbia deciso di citare questo triste caso di cronaca in alcun modo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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