Sofia Recensione

Titolo originale: Sofia

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Sofia - la recensione dell'opera prima premiata a Cannes

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Sofia - la recensione dell'opera prima premiata a Cannes

In un momento in cui parlare della condizione della donna anche nel nostro paese è diventato un obbligo imprescindibile, così come la necessità di difendere diritti conquistati in decenni di battaglie e oggi rimessi in discussione, un film come Sofia – esordio della regista marocchina Meryem Benm'Barek, premiato per la miglior sceneggiatura a Cannes nella sezione Un Certain Régard – aggiunge un tassello importante all'indagine sullo stato delle cose in materia, in un paese islamico considerato per altro tra i più moderni.

L'autrice mette in scena un dramma consumato in 24 ore e iniziato a tavola, dove una famiglia marocchina della classe media, in attesa di spiccare il salto verso la ricchezza, ospita il futuro socio del capofamiglia in un'azienda agricola. L'atmosfera è allegra e conviviale, ma quando Sofia, l'ombrosa figlia adolescente, si sente male in cucina, la cugina Lena, più grande di lei e futuro medico, si accorge che la ragazza sta per partorire e che il suo è un tipico caso di negazione della gravidanza. Con una scusa la accompagna in farmacia e poi da un medico amico in ospedale, dove Sofia dà alla luce una bambina e viene mandata via subito dopo. La legge marocchina, infatti, proibisce i rapporti tra persone non sposate con la reclusione e adesso Sofia dovrà indicare il padre del bambino e contrarre matrimonio per non essere punita.

La prima parte del film è così veloce da indurre lo spettatore a chiedere se non si tratti di un'esagerazione: ma quante volte abbiamo sentito parlare di ragazze che hanno partorito all'improvviso e del cui stato neanche i famigliari più stretti si erano accorti? In questi casi perfino il corpo si comporta come se niente fosse, l'aumento di peso è minimo e spesso nemmeno il ciclo si interrompe. Si tratta di un evento raro ma reale, che si verifica in una percentuale da 1 a 3 su 1000 gravidanze. L'espediente della cugina che si rende immediatamente conto di quanto sta avvenendo e prende in mano la situazione è forse un po' forzato, ma è l'éscamotage drammaturgico che serve alla regista per dare il via a una storia le cui implicazioni ha ben chiare in testa e che coinvolgono non solo la condizione femminile, ma i rapporti di classe e un rovesciamento di potere dall'interno all'esterno del nucleo famigliare.

Per tradizione le donne, penalizzate nella vita pubblica, si rifanno con un ruolo dominante in famiglia. Sono loro a decidere, in nome di interessi sociali e di difesa della reputazione, cosa è necessario fare, e a prendere le relative decisioni. Gli uomini restano fuori dal quadro (sempre, come nel caso del marito francese della zia di Sofia, che non si vede mai, o di fatto, come nel caso del padre), in apparenza incapaci sia di indignarsi che di soffrire, e lasciano che siano le donne, molto più abituate di loro a confrontarsi con questo potere, a risolvere tutto per il meglio. Alla fine la più realista è proprio la giovane Sofia, che si trasforma in involontario carnefice di un innocente (che non può rifiutare la sua offerta di matrimonio riparatore), perpetuando un equivoco a cui le donne della famiglia, che rappresentano la situazione femminile nella società marocchina, si sono sempre adeguate: non ci si sposa per amore ma per stare meglio, per mantenere un certo status sociale e per difendere l'onore della propria famiglia, che nessuno deve mettere in discussione.

La grande bugia raccontata al mondo diventa occasione per nozze sfarzose, con tutti i crismi della tradizione, che trasmettono solo la tristezza infinita di un inganno fatale. La sposa deve ridere, sempre, fino a non sentire più i muscoli della bocca. Poco importa se lo sposo sul baldacchino al suo fianco ha l'aria di un condannato a morte e si sottrae ai suoi ripetuti tentativi di conquista. La morale, pubblica e privata, è salva. Sofia racconta con una mirabile capacità di sintesi e in modo chiarissimo una società rigidamente divisa in classi, in cui anche il corpo della donna è utilizzato come merce di scambio: per un lavoro migliore, una posizione più ambita, un riscatto dalla mediocrità. L'abilità principale dell'autrice sta nel non permetterci di scegliere da che parte stare, arrivando perfino a non renderci simpatica Sofia: è vero che quello che le accade è orribile ma quello che lei fa lo è altrettanto e lei ci viene dipinta come una adolescente viziata e senza qualità, che non aspira a migliorarsi.

Non fanno miglior figura le donne ricche e realizzate: impotente, furiosa ma alla fine rassegnata Lena, il personaggio femminile in fondo empaticamente più riuscito del film, sconfitta la madre che ha sposato il benessere col marito francese e le racconta alla vigilia delle nozze della cugina il proprio matrimonio. Restano i forti legami femminili, tra madre e figlia, ma l'impressione è quella di un carcere in cui le donne, punite da una legge ingiusta e insensata, si rinchiudono con le proprie mani ogni giorno. Per un'opera prima riuscire a suscitare tante interessanti riflessioni è un risultato non da poco, che ci induce a passar sopra al sospetto di una storia a tesi abilmente scritta a tavolino, che (e qui parliamo a titolo personale) raffredda la temperatura emotiva del film, riducendo la nostra capacità di coinvolgimento totale nella storia.

Sofia
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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