Snowpiercer - la recensione del film di Bong Joon-ho

08 novembre 2013
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Un film di genere ad alto tasso d’intrattenimento e di notevole intelligenza.

Snowpiercer - la recensione del film di Bong Joon-ho

Il treno che è teatro unico dell’azione di Snowpiercer viene più volte descritto - esplicitamente o meno - come un ecosistema. Un ecosistema chiuso, all’interno del quale gli equilibri sono garantiti da un controllo stretto e dittatoriale, dal mantenimento di ruoli, quantità e posizioni. Come in un acquario, o come in un meccanismo di precisione.
In un certo senso, come in un film.

Se nella narrazione quest’equilibrio è usato come pretesto per un immobilismo sociale e uno sfruttamento post-capitalista e ancestrale assieme che è il cuore del suo ragionamento politico e distopico, dall’esterno è impossibile non notare come il meccanismo orchestrato da Bong Joon-Ho sia perfetto e spietato, teso verso il raggiungimento del suo obiettivo: la creazione di un film di genere ad alto tasso d’intrattenimento e di notevole intelligenza.

Difficile trovare un elemento stonato e fuori posto, in Snowpiercer.
La regia di Bong è elegante e adrenalinica, capace di fare delle ambientazioni claustrofobiche un cavallo di battaglia invece di un limite. Ottime sono scenografie e costumi, e le interpretazioni di un cast che spazia dal supereroe Chris Evans al Song Kang-ho di tanti film di Park Chan-Wook (qui produttore), passando per Tilda Swinton, John Hurt, Jamie Bell, Ed Harris, Alison Pill e tanti altri, sono tutte funzionali e riuscite.
Precisa è anche la scrittura, opera dello stesso Bong assieme al Kelly Masterson che ha sceneggiato Onora il padre e la madre (e si sente), e fluido è l’alternarsi di toni che passano, senza soluzione di continuità, dal dark al farsesco, dallo steampunk al post-apocalittico, da una violenza elegante e stilizzata a momenti di puro e riuscitissimo umorismo.

Eppure, quello di Bong non è uno di quei film che traducono questa loro precisione e il loro equilibrio dosatissimo in freddezza formale o anemia narrativa: perché Snowpiercer è capace di essere sporco, sbilanciato e crudele laddove è necessario.
Lontano dall’ansia tutta hollywoodiana della conciliazione e dell’happy ending a tutti i costi, il film del coreano ha il respiro di una grande produzione internazionale che non ne ha affatto toccato le capacità di racconto aspre e cupe, dove la spettacolarità si lega ad un cuore nero di riflessioni tutt’altro che lusinghiere sul genere umano.

Snowpiercer è sì una grande racconto epico e spettacolare, archetipico e sanamente rivoluzionario, ma è anche un film amaro, fatto di cannibalismi e arti mozzati, nel quale corpi a brandelli fanno il paio con anime lacerate, vendute, drogate.
Un film nel quale la salvezza, se di salvezza si può parlare, è per pochi, pochissimi. Per quelli più innocenti di altri, e per puro dato anagrafico, che trovano una via d’uscita solo grazie al sacrificio di chi porta sulle spalle in fardello della colpa e trova l’istante per redimersi e cambiare.
Un film dove perfino il finale lascia con un inquietante punto interrogativo e con una condizione che sembra inquadrare l’ineluttabilità dell’istinto animale.



 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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