Slow Food Story - la recensione del documentario di Stefano Sardo con Carlo Petrini

21 maggio 2013
3.5 di 5

Con linguaggio rapido e spritoso Stefano Sardo ci racconta una rivoluzione che da locale è diventata mondiale

Slow Food Story - la recensione del documentario di Stefano Sardo con Carlo Petrini

Cominciamo con un rammarico. E' un vero peccato che un documentario stimolante ed educativo senza volerlo essere come Slow Food Story debba uscire in un numero limitato di sale che interessano solo 15 città italiane.
E' un dispiacere, perché la cronaca della rivoluzione alimentare più importante dell'ultimo quarto di secolo non è semplicemente un'alternativa alla contemporanea spettacolarizzazione del rito del cucinare, esemplificata dalle trasmissioni televisive in stile Master Chef.
No, il film di Stefano Sardo fa del credo di Carlo Petrini un messaggio prima di tutto politico, che coinvolge l'economia del nostro e di altri paesi del mondo e che si pone come obiettivo sia la salvaguardia del singolo individuo che di alcune categorie di lavoratori, senza dimenticare di fondersi con il dibattito culturale sull'ambiente.

Eppure, nonostante la serietà dell'argomento e in linea con molti apprezzabili film di finzione che raccontano il pubblico attraverso il privato, Slow Food Story vuole essere una piccola storia, una storia di famiglia, di amicizia e di un paese delle Langhe che, oltre a produrre buon vino e ottimo cibo, ha dato i natali a un uomo d'ingegno ribattezzato dalla rivista Time  “eroe europeo”.
Da amico intimo di Petrini, Sardo ne ha compreso l'anima semplice e ha accolto e trasferito nei suoi 73 minuti di film il diritto al piacere che rivendicano i fondatori del movimento nonché il loro approccio ironico, divertito e scanzonato all'esistenza.

Per questo Slow Food Story è anche un biopic, un biopic che somiglia a una zingarata di provincia in cui ai balli, ai canti e agli scherzi di tre o più compari si unisce una fede poltica fieramente comunista che pian piano scolora in una rivoluzione non violenta: una rivolta che, difendendo le tradizioni, strizza l'occhio anche ai più conservatori, fino a unire, in un brindisi all'osteria, destra e sinistra.

Se questa prima parte tradisce un po' di nostalgia e di bozzettismo - con un tuffo nel mondo delle radio libere, più complessa, anche se più prevedibile, è la seconda parte di Slow Food Story, nella quale si racconta sì lo sviluppo del “Carlìn-pensiero” con uno stile mosso che ricorda l'irruenza di Petrini, ma si documentano anche le conquiste del movimento, che sbarca nella terra dei fast food e arriva a inaugurare, nell'Agenzia di Pollenzo, un complesso che ospita addirittura la prima Università di Scienze Gastronomiche del mondo.
Sono grandi gesta, mostrate con l'obiettività di chi registra un cambiamento con occhio curioso, ma senza alcun desiderio di inventarsi agiografie o di imporre il proprio punto di vista.

D'accordo con il produttore Nicola Giuliano, crediamo che Slow Food Story sia un film necessario, tanto più necessario in quanto si rivolge a un paese in cui si è perso il valore della memoria.
Slow Food Story è infine un'opera di “resistenza”, un elogio della lentezza e dell'identità in tempi di disrispetto e omologazione.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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