Sister - la recensione del film di Ursula Meier

03 maggio 2012
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Un film essenziale e misurato: fin troppo, nonostante alcune scelte interessanti e la bravura dei due protagonisti.


C’è un 12enne che vive in una valle povera a ridosso delle lussuose stazioni sciistiche delle Alpi svizzere, solo con una sorella molto più grande di lui. Lei è inetta e inaffidabile, ed è lui che mantiene questo bizzarro nucleo familiare vendendo ad amici e sconosciuti le attrezzature da sci che ruba sistematicamente ai ricchi in vacanza sulle piste che raggiunge comodamente da casa con una teleferica.
Se la trama di Sister - titolo internazionale che sostituisce il più incisivo L’enfant d’en haut - è essenziale, altrettanto lo è la sua declinazione. 

L’opera seconda di
Ursula Meier, che torna alla regia dopo i successi di Home, è addirittura scarna, spoglia, come gli ambienti che racconta. Come la valle “proletaria” e tristemente asettica di una Svizzera lontana dai suoi stereotipi più triti, come l’appartamento abitato dai suoi protagonisti.
Eppure, se l’aderenza stilistica è legittima e apprezzabile è senza dubbio il rigore antipietistico con il quale certe realtà e certi personaggi vengono raccontati, è invece difficilmente accettabile di buon grado che da quello spunto iniziale interessante ed inedito la Meier non si muova poi di molto, abbracciando con un pizzico di furbizia l’eccesso di cronaca naturalista.

Sister
si limita infatti a mettere in scena, con ciclica regolarità, la quotidianità ripetitiva dei suoi protagonisti, affidando il compito di agitare le acque dell’emozione e del coinvolgimento empatico alla una rivelazione sulla reale natura del rapporto tra i due fratelli: che dovrebbe suonare come un colpo di scena, ma che giunge invece prevedibile e dichiarato.
Pretestuosa, invece, la storia parallela che lega il giovane protagonista al personaggio di Gillian Anderson, ricca signora in vacanza cui il piccolo Simon si lega in maniera ambigua, e che scivola nel patetico a buon mercato.

Fin dal titolo (quello originale) si capisce come
Ursula Meier guardi ai fratelli Dardenne, incapace però di trovare la ruvidezza o lo spessore emotivo che i registi belgi - perlomeno nei loro migliori lavori - sono stati capaci d’imbroccare.
E allora Sister si snoda senza emozionare, procede ma non evolve, corre sul posto in assenza di una struttura narrativa che faccia crescere i personaggi e i rapporti e, con loro, la passione dello spettatore.
Inutili, in questo contesto, persino gli encomiabili sforzi dei due protagonisti, entrambi molto bravi: Léa Seydoux e il Kacey Mottet Klein già visto proprio in Home.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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