Silent Hill: Revelation 3D - la nostra recensione del film

29 ottobre 2012
1.5 di 5

Sei anni dopo la prima trasposizione cinematografica della saga videoludica di Silent Hill, le sue angoscianti sirene riprendono a suonare per annunciare l'arrivo delle tenebre

Silent Hill: Revelation 3D - la nostra recensione del film

Sei anni dopo la prima trasposizione cinematografica della saga videoludica di Silent Hill, le sue angoscianti sirene riprendono a suonare per annunciare l'arrivo delle tenebre. Fin dai titoli di testa di questo secondo episodio, in 3D come vogliono i tempi, la cenere cade in abbondanza, e noi speriamo di sprofondare insieme a Heather – ormai quasi 18enne e in un'inutile fuga senza fine dai propri incubi, assieme al padre adottivo – in un'avventura cupa e ossessiva, come lasciava sperare la bizzarra teratologia del gioco e come in parte riusciva al primo film, confuso ma affascinante, diretto da Christophe Gans e scritto da Roger Avary.
Purtroppo, la magia non avviene: Michael J. Bassett, autore della sceneggiatura e regista, non ha la finezza dei suoi predecessori, e ci va giù pesante.

L'ispirazione per il gioco della Konami è già ambiziosa di suo: un mondo di confine popolato da demoni, streghe bruciate al rogo, sette religiose e bizzarri e mostruosi freak. Con un immaginario che da un lato rimanda al classico e abusato cimitero indiano di kinghiana memoria, ma dall'altro crea repellenti e potenti immagini da incubo, degne di un quadro di Hyeronimus Bosch e di un racconto di Howard Phillips Lovecraft.

Questo capitolo della saga, tratto direttamente dal terzo episodio del videogioco - a sua volta sequel diretto del primo -, ha gli ingredienti giusti per eguagliarlo se non superarlo: intanto il solido cast, che vede l'emergente australiana Adelaide Clements nella doppia parte di Alissa ed Heather (Eter, nella versione italiana...), il ritorno di Sean Bean in un ruolo “alimentare” e – altrettanto brevemente – quello di Deborah Kara Unger e Radha Mitchell, coadiuvati da Carrie-Ann Moss, dall'emergente Kit Harington (qui più anonimo rispetto al Jon Snow de Il trono di spade), dall'ex star del cinema indipendente Martin Donovan e da mister “cammeo sopra le righe” Malcolm McDowell.

Poi ci sono i mostri, appunto, soprattutto le infermiere ballerine/marionette, Testa di Piramide e quella che viene chiamata “La missionaria”, che vediamo in azione nel finale (non ci è piaciuta invece la creatura ragno dei manichini, dove l'effetto digitale è troppo evidente), oltre a un'accolita di esseri senza occhi, senza bocca, con arti di esagerata lunghezza e varie deformità.
Ma Bassett, tra tutte le strade possibili, sceglie quella più pericolosa: mettendo in secondo piano dialoghi e trama, esagera, abbonda, trasforma il tutto in un frenetico baraccone degli orrori da luna park dove la dimensione dell'incubo si sfalda, e invece di restarti appiccicata addosso ti lascia frastornato e con un po' di nausea. Quello di Silent Hill è un mondo che ci piace e ci sembra interessante la sua riflessione psicanalitica sul tema del doppio, che questo film, purtroppo, svolge in maniera banale. Né Bassett né il produttore Samuel Hadida conoscono l'arte delle sfumature ed è un vero peccato, perché finiscono per sacrificare tutto l'appassionato lavoro, tecnico e creativo che sta dietro a un prodotto del genere, per farci salire su una giostra vorticosa da cui vogliamo solo scendere il prima possibile.





  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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