Siccità: la recensione della commedia corale di Paolo Virzì presentata al Festival di Venezia

08 settembre 2022
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Una commedia fra la satira e lo smarrimento di una società che perde i propri riferimenti. Paolo Virzì torna in forma con Siccità e il suo cast corale. La recensione di Mauro Donzelli del film presentato fuori concorso al Festival di Venezia.

Siccità: la recensione della commedia corale di Paolo Virzì presentata al Festival di Venezia

Una civiltà costruita intorno a un fiume perde la propria identità quanto il suo letto è ormai inaridito, deserto. Il Tevere, primo monumento di Roma, culla del suo mito fondativo, nonché testimone primo di chiunque sia entrato e uscito dalle sue mura è definitivamente scomparso nella satira non poi troppo fantascientifico o futuristica Siccità. Come ogni comunità in cui chi la governa non riesce più a fornire un fabbisogno primario come l’acqua, dopo che non piove da oltre tre anni sulla città eterna, sono tutti in fibrillazione, mentre mancano sempre meno giorni alla fine dell’erogazione pubblica. La quotidianità è rivoluzionata, come in periodo di guerra la furbizia e le raccomandazioni sono veicolate per bisogni basilari. 

Il controllo delle regole si fa più rigido, l’acqua per ora è razionata e mentre la gente inizia a protestare, tante anime erranti si muovono come spettri, zombi colpiti da un virus che coinvolge alcuni dei tanti personaggi del film più corale di Paolo Virzì, non solo per i venticinque anni di distanza da Ferie d’agosto. Quelle due famiglie in vacanza, su schieramenti politici opposti, avevano ancora la forza di litigare e prendere parte, mentre in Siccità la comunicazione è limitata, coinvolge isolate monadi che si muovono come tali, anche quando in coppi., A cui “non importa più niente di niente”. 

Virzì ordina in un percorso complesso e completo ognuno dei tanti personaggi, mentre crescono le incomprensioni generazionali, con i giovani che rinfacciano agli adulti come ci sia tanto di quell’odio “che voi non ve ne rendete neanche conto”. Proprio l’odio come risposta alla paura è il sentimento dominante nella presentazione di un composito mosaico, giovani e anziani, marginali o di successo, vittime o carnefici. In cerca di una chiara redenzione, di una benedizione dal cielo. Proprio così, è un film sorprendentemente spirituale, un inedito per il regista livornese, che riesce meglio quando punge fra satira e calibrata dose di cinismo, sempre nel rispetto di un’umanità dei suoi personaggi mai tanto evidente come in questo caso.

Fra senso di colpa e inevitabile confronto con un passato che pesa, Siccità prova a fare un primo bilancio senza didascalismi, con un salutare scartamento narrativo, ma non esistenziale, rispetto alla chiusura cupa della pandemia, allargando lo sguardo allo stato di salute del pianeta che calpestiamo e violentiamo, mentre i politici mantengono l’ostinata litigiosità che li contraddistingue. La soluzione, una possibile risposta alle tante domande di una popolazione smarrita è l’unica possibile: la condivisione, una rinsaldata comunicazione fatta di incontri e compromessi, aprendosi a un rinnovato superamento delle differenze.

Si ride, sorride e ci si ritrova in uno spaesamento in cui l’ironia è un’arma. Alcuni episodi funzionano meglio di altri, cosa che riguarda anche i personaggi, come sempre in un film corale che sfiora la struttura a episodi, ma che mantiene il filo di un discorso collettivo e regala un percorso a ognuno di essi. Che sia consolatorio è un altro discorso, ma del resto certi problemi non li può certo risolvere il cinema, ma è salutare che li metta in evidenza. Se con l’ironia amara e l’umanesimo di Siccità è ancora meglio.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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