Si vive una volta sola: la recensione del nuovo film di Carlo Verdone

19 febbraio 2020
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Insieme a tre grandi attori, il regista romano racconta un mondo che non è più un bel posto con un linguaggio che non sempre gli si addice.

Si vive una volta sola: la recensione del nuovo film di Carlo Verdone

Fin dal ragazzone col berretto da notte che in un memorabile sketch riceveva cattive notizie su parenti non suoi, o fin dal coatto Enzo che si metteva l'ovatta nei pantaloni o dal figlio dei fiori Ruggero, Carlo Verdone è sempre stato, con i suoi personaggi, lo specchio dell'Italia, e con il suo cinema una puntuale radiografia dei nostri vizi, delle nostre debolezze e di una serie di abitudini più o meno buffe o maniacali. I suoi Candide, i suoi uomini innamorati di donne irraggiungibili, perfino i suoi cafoni in viaggio di nozze, ora permeati da una sottile malinconia, ora goffi e ora invadenti, ci hanno sempre intenerito e ognuno di loro è stato motore di una comicità che nasceva dall'urto con una società o troppo aggressiva, o troppo formale, o imbruttita e imbarbarita, o eccessivamente moderna. E se non era la società intera a rifiutare il protagonista di tanti film, erano i suoi parenti, molto spesso serpenti. E’ sempre stata questa la forza del regista di Un sacco bello, che ci ha viziati con un cinema garbato, delicato, e con uomini e donne che ispiravano, a lui prima che a noi, un grande attaccamento. In questo 2020, invece, sembra che lo sguardo sul mondo di Verdone sia cambiato e che ci sia ormai poco spazio per i proprietari di negozi di oggetti e paramenti sacri, per i venditori di vinili e per i nipoti di ingombranti nonne romanesche. Il nostro paese, insomma, è diventato per il regista un brutto posto, e anche molta della gente che lo abita è brutta, e soprattutto è sentimentalmente arida, proprio come il chirurgo Umberto Gastaldi di Si vive una volta sola, che di simpatico non ha nulla e che trae piacere dai terribili scherzi con cui bersaglia, insieme al suo assistente e alla sua strumentista, l'anestesista Amedeo Lasalandra.

Ora, gli scherzi e la crudeltà che li accompagna ci fanno pensare ad Amici miei e a una comicità amara, intrisa di cinismo e disillusione, ma in quel film di Monicelli, e in altre commedie di quel periodo, c'erano una malinconia, un senso di caducità e un nichilismo che nella zingarata salentina dell'infallibile equipe che opera perfino il Santo Padre manca, e del resto Verdone non ambiva a imitare nessuno. E in effetti gli scherzi, tutti ben orchestrati, sono la parte più divertente del film, che però, sfortunatamente, cerca la risata spingendosi talvolta in territori che sembrano estranei all’essenza stessa di Carlo regista e attore, e che rimandano a film comici più che a commedie, a un umorismo più casareccio che raffinato. Le parole "scopare" e "godere", insomma, suonano male in bocca all’artista di cui conosciamo e veneriamo quasi ogni singola opera. Che poi siano coerenti con il suo personaggio, poco importa. Verdone ci piace più quando usa le metafore, e mette in bocca al "rosso" di Acqua e sapone la domanda "Quante volte l'hai colpita?".  Per restare in tempi tempi più recenti, va detto che di sesso il regista ha parlato anche in Benedetta Follia, mostrando gli improbabili incontri al buio del protagonista, ma quanta eleganza in più c'era in quelle scene, o nel plutonio al posto del Viagra di Marco Giallini in Posti in piedi in Paradiso! Probabilmente Verdone è come Tom Hanks, che non è adatto a fare il cattivo, e allora forse sarebbe stato meglio affidarla ai comprimari un po’ di scurrilità, o magari è l’accoppiata Verdone/Veronesi che in sede di sceneggiatura funziona fino a un certo punto, perché quando c'erano Guaglianone e Menotti o solo Plastino, era un'altra storia.

Verdone regista di attori, invece, convince, e convincono Max Tortora (che avrebbe meritato più scene), Anna Foglietta e soprattutto Rocco Papaleo, lui sì grande ingenuo della situazione e interprete generoso che si abbandona completamente e felicemente al ruolo. E si passano bene la palla i quattro viaggiatori che, andando verso sud, fanno un paio di incontri davvero esilaranti. Peccato che lungo la strada l'automobile che guidano sia Tortora che Papaleo si veda un po' troppo, ricordandoci quanto un eccessivo product placement possa essere insidioso e rischi di guastare la regia. 

Dalla visione Si vive una volta sola si esce con un messaggio importante e ottimistico: l'amicizia ci salverà. Ha ragione Verdone a volersi rinnovare raccontando una coralità piuttosto che una coppia. Lo ha fatto altre volte, e sempre cogliendo nel segno. La speranza è che torni a un linguaggio che gli appartiene di più e a quella grazia che ci fa aspettare ogni sua nuova commedia con curiosità e trepidazione.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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