Shutter Island, recensione del film di Martin Scorsese

02 marzo 2010
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Martin Scorsese si lega al genere e alla sua tradizione e gira - con la consueta abilità - un thriller psicologico più interessante nella forma e in alcune sue digressioni che non nelle linee di base della trama.

Shutter Island, recensione del film di Martin Scorsese

Shutter Island, recensione del film di Martin Scorsese



Teddy, un Marshall degli Stati Uniti, ed il suo nuovo partner vengono chiamati ad indagare sulla scomparsa di una paziente da un manicomio criminale situato su un'isola impervia e minacciosa. Il luogo è inquietante, il clima impietoso, la collaborazione dei medici e dei responsabili della struttura minima. Fantasmi del passato che si uniscono a quelli del presente, le paure di segreti e complotti incombono, la linea di demarcazione tra reale e immaginario sempre più labile. E Teddy sarà costretto a un'indagine molto più ampia e complessa del caso iniziale.

Archiviati i documentari musicali, i progetti ambiziosi e sghembi di Gangs of New York o The Aviator e l’opinabile voglia di remake di The Departed, con Shutter Island Martin Scorsese racconta al cinema un romanzo di Dennis Lehane, quello di Mystic River e Gone Baby Gone; si aggrappa al genere, lo sviscera e lo ritorce rispettandone ed omaggiandone la storia, lavorando soprattutto sul versante della forma, senza preoccuparsi troppo di essere nuovo, o perlomeno “diverso”, su quello del contenuto.

Shutter Island assomiglia quindi a un Session 9 versione best-seller, girato con uno stile che alterna richiami espressionisti e gotici a quelli del noir tradizionale, facendo scivolare sul velluto le atmosfere da quelle di un hard boiled ad altre quasi vicine a certo thriller-horror psicologico d’altri tempi, procedendo abilmente verso un finale “a sorpresa” che di sorprese non ne riserva poi tante. E anche il ragionamento che Scorsese vorrebbe mettere in campo è piuttosto chiaro, quasi sfacciato: tocca l’annosa questione della tendenza innata dell’uomo al male, la difficoltà razionale del convivere con degli istinti (o delle deviazioni) che può essere a volte impossibile accettare. Ben eseguito, ma nulla di nuovo sotto il sole.

È laddove l’eleganza e lo stile di Scorsese si discostano dalla sua qualitativamente elevata convenzionalità, che Shutter Island scarta e colpisce maggiormente: l’esempio più lampante sono alcuni incubi allucinati del protagonista interpretato da Di Caprio, che il regista gira guardando più a Lynch che non alle sue esperienze passate. Il risultato sono scene sghembe, magari che danno impressione di una qualche goffagine, ma che risultano più vive e vibranti di altre più composte e tradizionalmente corrette.

Si fosse lasciato andare a una sorta di disordinata e irrequieta follia in più momenti, Scorsese avrebbe forse firmato un film con più macchie ma più emozionante, più scomposto ma più energetico, sostanzialmente meno freddo nella sua assenza di difetti oggettivi e sostanziali di quanto non sia nei fatti questo Shutter Island.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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