Shut In - la recensione del thriller con Naomi Watts

05 dicembre 2016
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Nel cast anche il piccolo Jacob Tremblay e Oliver Platt.

Shut In - la recensione del thriller con Naomi Watts

Dopo un tragico incidente automobilistico, Mary, una psicologa infantile, resta a vivere in una casa isolata col figliastro adolescente paralizzato, di cui si prende cura. Si rinchiude con lui in una vita che si apre solo, sei mesi dopo l’accaduto, quando un bambino sordo che ha in cura scompare, dopo aver cercato rifugio da lei. Tagliata fuori dal mondo da una tempesta di neve, alle prese con disturbi del sonno e allucinazioni, la donna cerca aiuto dal suo analista via Skype, fino a quando scopre di avere proprio in casa un pericolo mortale.

Come ogni genere cinematografico, anche - e forse soprattutto - l'horror ha la sua bibbia di regole codificate e passaggi obbligati che – specialmente per un giovane sceneggiatore – possono trasformarsi in trappole mortali. Vent'anni fa Wes Craven decostruiva genialmente con Scream il genere che gli aveva dato il successo, ma visti molti dei thriller/horror recenti è facile constatare come le regole, per quanto scontate, siano ancora pedissequamente applicate e quanto oggi sia difficile proporre variazioni sul tema che tengano conto di quello che è stato fatto in passato e non temano di sfigurare, confrontandosi con l’opera dei maestri del genere.

Shut In (“rinchiusa”, in senso metaforico e letterale), è un piccolo film con un budget 10 milioni di dollari (di cui la probabile metà speso nel cachet degli attori), che punta decisamente in alto, mettendo in scena temi edipici e richiamando alla memoria dell’appassionato titoli come Shining e The Gift, La casa nera di Wes Craven, Halloween di John Carpenter e i molti film in cui una scena clou si svolge in una vasca da bagno. È un’associazione immediata e spontanea evocata dalla situazione di isolamento attorno ai personaggi che scatena la tragedia, dal paesaggio innevato e notturno e dalla claustrofobia degli spazi interni e delle intercapedini in cui si svolge parte dell’azione.

È sicuramente difficile, oggi, essere originali, soprattutto quando si sceglie un’ambientazione minimalista. Ultimamente di film con tre personaggi rinchiusi in una casa ne abbiamo visti parecchi: Shut In ha delle somiglianze singolari e molto marcate anche con The Boy, il film con Lauren Cohen uscito proprio quest’anno e non riesce a ricreare la sensazione di angosciante suspense del low-budget The Visit di Shyamalan. Anche se la sceneggiatura di Christina Hodson era nella Blacklist delle migliori non realizzate nel 2013, a parer nostro il problema sta proprio lì.

Farren Blackburn si è fatto le ossa con la splendida serie inglese The Fades e la regia di episodi del Doctor Who, Daredevil e altri show televisivi. Al suo debutto cinematografico mette in scena con un buon senso dell’anticipazione una storia che però fa acqua da tutte le parti e diventa ben presto prevedibile, tanto che quando il povero Oliver Platt arriva a soccorrere la sua paziente il parallelo con Shining si fa ancora più evidente e imbarazzante. Jacob Tremblay, in una prova pre-Room, ha ben poco da fare e Naomi Watts - in un momento difficile della sua vita e della sua carriera - ha sulle spalle la responsabilità di farci credere a una serie di eventi poco credibili. Completa l'incolpevole cast nel ruolo del figliastro, Charlie Heaton, uno dei protagonisti di Stranger Things.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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