Shrek e vissero felici e contenti: la nostra recensione

23 agosto 2010
2 di 5

Shrek e i suoi amici arrivano sugli schermi per la quarta volta. Al di là del pubblico dei fan irriducibili, è rimasto qualcosa da apprezzare per lo spettatore occasionale?

Shrek e vissero felici e contenti: la nostra recensione

Shrek e vissero felici e contenti: la nostra recensione

Stremato dagli impegni famigliari, con tre pupattoli a carico, amici rintronanti e un'opinione pubblica che lo tratta come eroe senza temerlo nemmeno un po', Shrek è sotto stress. Il suo sfogo arriva all'orecchio dell'infido folletto Tremotino, che gli propone un patto magico: un giorno da orco in cambio di un giorno qualsiasi della sua vita d'infanzia. Furbescamente, Tremotino si appropria del giorno in cui Shrek è nato, così il nostro eroe viene proiettato in una versione alternativa della realtà in cui Ciuchino, Fiona, Gatto e tutti gli altri ignorano chi lui sia.

Ricordando vagamente La vita è meravigliosa, anche per il messaggio pro-nucleo famigliare, il quarto (e ultimo) atto della saga di Shrek gioca la carta del "what if". Considerando che le meccaniche della serie si erano già dimostrate alquanto usurate in Shrek Terzo, questo Shrek e vissero felici e contenti cerca così almeno di aggirare la trappola della prevedibilità rimasticando i ruoli principali.

Se il gioco regge discretamente, è grazie a un cattivo ben concepito in chiave grafica, in originale ben doppiato non da un attore, ma dal responsabile degli storyboard Walt Dohrn. A corrente alternata funzionano invece i protagonisti, con Shrek e Fiona alle prese con crisi di relazione e un Ciuchino meno vivace del solito. Fortunatamente spiazza sul serio il Gatto con gli Stivali, impigritosi e ingrassato a dismisura, foriero di spassose situazioni a tema di ingordigia.

Con il coautore del marchio Andrew Adamson ormai lontano, dirige i giochi per la prima volta Mike Mitchell, regista dei live-action Natale in affitto e Gigolò per sbaglio, ma il suo lavoro, dopo l'accoglienza non trionfale al botteghino, non è bastato a convincere il patron DreamWorks Jeffrey Katzenberg a proseguire con il ventilato quinto atto. Come aggiunta di una serie che potrebbe anche continuare all'infinito in un contesto televisivo, il film ha un suo blando inerziale perché, ma l'assenza di una visibile evoluzione stilistica e tecnica pesa ormai troppo per legittimare la presenza di un'operazione del genere in sala (con buona pace dell'ormai routinario 3D).

Forse è giunta l'ora di lasciare Shrek a crescere i suoi simpatici orchetti, rispettando - come lui stesso chiede - la sua sacrosanta privacy.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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