Sherlock Holmes - Gioco di ombre: la recensione

15 dicembre 2011
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Ecco un film capace di intrattenere in modo tutt'altro che stupido


Il cinema contemporaneo ci ha ormai abituato a riletture più o meno riuscite di classici letterari, ma Sherlock Holmes, nato dalla penna del medico scozzese Arthur Conan Doyle nel 1887, sembrava destinato a restare nel dimenticatoio. Non era facile infatti riproporre un personaggio così legato all'estetica e all'etica vittoriana, e renderlo interessante per un pubblico giovanile. Berretto, mantellina, lunga pipa ricurva, scarso interesse sentimentale sessuale per le donne, mal si sposavano con l'azione che fa vendere i biglietti. Eppure, quasi in contemporanea, il mitico detective è tornato sul grande e sul piccolo schermo (in Sherlock, ottima serie inglese ambientata ai nostri giorni). Il primo film, confessiamo, non ci aveva convinto: storia troppo arzigogolata, prevalenza dell'azione sul plot, e troppo insistita la parte in cui Holmes, con capacità quasi medianica, riesce ad anticipare le mosse proprie e del suo avversario nelle sequenze al ralenty, poi riproposte a velocità normale. Ma se non aveva conquistato noi, il nuovo Sherlock, pure fisicamente poco corrispondente al personaggio – dai più identificato con quello derivato dal romanzo, alto, segaligno e stempiato, incarnato al cinema negli anni Quaranta da Basil Rathbone – aveva soddisfatto gli spettatori che in tutto il mondo erano accorsi a vederlo.

Due anni dopo, Guy Ritchie, Joel Silver, Lionel Wigram, Robert Downey Jr. e sua moglie Susan, le forze creative dietro il primo film, hanno deciso che era arrivato il momento di aggiustare il tiro e reinserire nella trama alcuni degli elementi più affascinanti dell'originale. Sono così tornati agli scritti di Conan Doyle, mutuando molti elementi della storia da “The Final Problem”, ed elaborando ulteriormente il rapporto tra il detective e il dottor Watson, fedele amico e biografo.
Lo Holmes del film è chiaramente un lunatico, un bambino capriccioso e bisognoso di attenzione, con gli up e down tipici del tossicodipendente, e quello che più gli interessa nella vita è avere un caso da affrontare e risolvere. Per questo giova molto alla tensione della storia l'inserimento del suo Arcinemico, il professor Moriarty, brillante studioso e conferenziere “di giorno”, organizzatore di diabolici complotti nel molto tempo libero. Ed è bravissimo Jared Harris - attore inglese forse più conosciuto dal pubblico delle serie tv, che l'ha ammirato in Mad Men e Fringe - a dare al suo Moriarty l'aspetto quieto e ragionevole dell'accademico, nel cui sguardo trapela la spietata luce della follia.

Il film è strutturato come una lunga partita a scacchi tra due geniali avversari. Anche se continuiamo a trovare fastidiose le sequenze anticipatorie di cui dicevamo all'inizio, non c'è dubbio che Sherlock Holmes - Gioco di ombre sia un film capace di intrattenere in modo tutt'altro che stupido, giocando anche coi grandi temi della fin du siècle, come la prefigurazione della guerra come industria di massa e redditizio affare per la borghesia capitalista.
Scattante come un pupazzo a molla, Downey non si dà tregua e non ne dà allo spettatore, ricorrendo a tutti i trucchi del mestiere, senza disdegnare la farsa e la pantomima. Ripesca anche dal baule di Holmes i travestimenti e si esibisce in drag in una delle sequenze più riuscite, divertenti e movimentate del film. Jude Law fa un ottimo lavoro col suo Watson, e la sua palpabile intesa con Downey regala momenti di pura allegria, mentre Noomi Rapace dipinge il bel personaggio di una zingara ex anarchica in cerca del fratello scomparso, che accompagna i due nella loro missione.
Ma senza voler rivelare troppo, basterebbe a farci piacere questo lungo e frenetico show l'apparizione di Stephen Fry nel ruolo del fratello “più furbo” di Sherlock Holmes, Mycroft. Vero e proprio mostro sacro del cinema, del teatro e della letteratura inglese, gli bastano pochi minuti per rubare la scena, in uno dei momenti più surreali e spassosi mai visti in un film ad alto budget come questo.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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