Searching: la recensione del film in screencast con John Cho e Debra Messing

17 ottobre 2018
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Un thriller tradizionale nella trama ma dalla messa in scena ultramoderna.

Searching: la recensione del film in screencast con John Cho e Debra Messing

Searching è un thriller nel quale una ragazza di sedici anni scompare misteriosamente, e il padre cerca di scoprire che fine abbia fatto. Ma scopre soprattutto e prima di tutto che non sapeva nulla di nulla della vita della figlia.
Tutto questo, Searching lo racconta con la tecnica dello screencast: quello che vediamo sullo schermo, quindi, è sempre e solo ciò che appare sugli schermi dei vari device appartenenti protagonista, gli stessi di cui ci circondiamo anche noi nella vita di tutti i giorni: smartphone, computer fissi e portatili, tablet. E anche la ricerca del protagonista avviene tutta a partire da social network, foto online, chat, messaggi e telefonate.
Man mano che questi aspetti superficiali si sviluppano, evidenziano sempre più una corrispondenza con la trama, i suoi risvolti, con contenuti che non riguardano solo la semplice evidenza di una vicenda gialla non particolarmente originale o brillante (chi sia il colpevole è facilmente intuibile, e alcune clamorose illuminazioni del protagonista, così come i suoi abbagli, vengono rilevate o scartate con largo anticipo dallo spettatore smaliziato), o la peculiarità formale del film.

Quali sono allora le cose che Searching racconta, e per le quali ambisce evidentemente a essere qualcosa di più di un semplice film di genere, seppur raccontato con uno stratagemma formale astuto, economico e alla moda?
Prima di tutto, e lo dice a chiarissime lettere, vorrebbe essere un atto d’accusa vagamente moralista nei confronti della categoria dei genitori. Genitori che, secondo Searching e i suoi autori, o non sanno affatto chi siano davvero i loro figli (e di fatto si assolvono per questo, perché “nessuno di noi conosce a fondo un figlio, e non è mai colpa nostra”), o se lo nascondono con ipocrisia, assolvendoli da ogni infrazione o malefatta e aggrappandosi a una disciplina tutta di maniera (“non hai buttato la spazzatura”), nel nome di un amore genitoriale che è completamente demente e, appunto, autoassolutorio.

Ancora di più, però, la tesi portata avanti da Searching in maniera vagamente inquietante - e comunque coerente con la tecnica dello screencast, mai in precedenza così saldata al contenuto della storia che racconta - è un’altra.
È quella, da un lato moralista e dall'altra compiaciuta, per la quale non solo gli appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, ma tutti e tutto (cinema compreso, ahinoi) esauriscano le loro esistenze all’interno del mondo digitale e della rete, in grado di fornire risposte a ogni quesito e dramma che la vita gli pone di fronte.
Internet, in Searching, non è mondo alternativo in salsa cyberpunk, non è gioco di ruolo, e non è nemmeno espansione delle frontiere fisiche e psicologiche dei suoi utenti, ma il luogo dove rintracciare quella indizi e verità che nel mondo reale non esistono più.
È nella sfera del digitale, nella ossessiva registrazione online di ogni aspetto della nostra esistenza che si trova la Realtà, dice Searching, ed è il cosiddetto reale ad essere oramai il terreno della rappresentazione. L’impronta digitale non è più quella del dito di sherlockholmesiana memoria: è quella che lasciamo utilizzando e attraversando mondo della rete e dei computer.

Peccato che l’impressione che deriva dalla visione di Searching è quella di un prodotto più furbo che intelligente, che mira a certe riflessioni alla Black Mirror ma si risolve in una tirata da talk show della domenica pomeriggio: basti pensare alle fasi in cui l’internet e i suoi schiantati iniziano a bersagliare il protagonista con la loro empatia opportunista o con lo shaming più maligno e infondato.
Se è così che Hollywood ragiona sul Terzo Millennio, tanto bene non andiamo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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