Se solo fosse vero: recensione della commedia romantica fantastica con Mark Ruffalo e Reese Whiterspoon

06 maggio 2020
2.5 di 5
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Un ghost anni Duemila che non lesina romanticismo a dosi ampie, non dimenticando l'ironia, con una coppia affidabile come Ruffalo e Whiterspoon.

Se solo fosse vero: recensione della commedia romantica fantastica con Mark Ruffalo e Reese Whiterspoon

In principio è arrivato l’esordio letterario di uno scrittore che pochi in realtà sanno essere francese, non uno dei tanti creatori americani di bestseller in serie. Si chiama Marc Lévy, permetteteci l’accento come indizio inequivocabile. Pubblicato nel 2000, Se solo fosse vero, traduzione letterale dell’originale Et si c’était vrai…, ebbe un successo enorme a livello mondiale, tanto che cinque anni dopo arriva inevitabile un adattamento hollywoodiano rispettoso, ma con qualche cambiamento, dal titolo originale, Just Like Heaven, rievocando la splendida canzone dei Cure che troneggia nei titoli di coda.

Un po’ come in Paradiso, perché i due protagonisti sono destinati a non poter stare insieme, visto che lui esiste, lei no, o meglio è la vecchia inquilina del nuovo appartamento di lui, che in realtà attualmente si trova in coma da tre mesi in ospedale, dopo un incidente stradale. Il Paradiso rievoca anche qualche riferimento spirituale, che gli americani hanno cavalcato, come il dibattito complesso su quando staccare la spina, che a noi, francamente, non interessa molto, legato all’analisi di questa commedia romantica. Ci interessa di più sottolineare l’altro genere all’interno del quale incasellarlo: il fantastico

Se solo fosse vero, infatti, è una sorta di Ghost degli anni ’00, con un bel tocco di ironia a ridurre l’impattino calorico di tanto zuccheroso romanticismo, diretto da un Mark Waters reduce da Mean Girls, che aveva gli stessi ingredienti, ma in percentuali decisamente capovolte, con la presenza come terzo incomodo di sana cattiveria. Qui siamo dalle parti di un lecca lecca dai colori pastello, ma con un po’ di peperoncino come contrasto. In questo complesso equilibrio, che non sempre viene mantenuto, siamo onesti, specie nella parte conclusiva, contribuisce la presenza di due azzeccati protagonisti come l’allora emergente Mark Ruffalo e un’auto ironica Reese Witherspoon, nell’anno in cui avrebbe vinto l’oscar per Quando l’amore brucia l’anima.

Elizabeth è un giovane medico tutta dedita al lavoro, che non ha mai realmente vissuto o dedicato tempo all’amore. David invece ha visto interrompersi la sua vita amorosa felice per la morte improvvisa della moglie. Sembrano perfetti per innamorarsi, non ci fosse di mezzo una diffidenza iniziale non da poco, e, sì, quella cosuccia del fatto che lei è una sorta di fantasma. David dovrà davvero sudarsela questa conquista, aiutato o ostacolato da una serie di personaggi di contorno divertenti, come la sorella di Elizabeth (Dina Spybey) e il miglior amico di David (Donal Logue), lo psicologo più improbabile di San Francismo. Già, perché c’è anche la splendida città californiana a fare da sfondo non secondario alle vicende soprannaturali dei due. In fondo una scelta saggia, visto che la posizione della città sulla sua baia ha qualcosa di decisamente poco terreno.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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