Se la strada potesse parlare: recensione del film del premio oscar Barry Jenkins presentato alla Festa di Roma 2018

22 ottobre 2018
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Un dramma su una giovane coppia alle prese con amore e razzismo nella New York anni Settanta.

Se la strada potesse parlare: recensione del film del premio oscar Barry Jenkins presentato alla Festa di Roma 2018

Il sucesso e la vittoria dell’oscar come miglior film con Moonlinght non ha spinto Barry Jenkins verso un cinema più commerciale, spingendolo invece ad affidarsi al maggiore ispiratore (nonostante sia morto trent’anni fa) del nuovo fermento artistico afroamericano, cinematografico ma non solo: l’intellettuale e molte altre cose James Baldwin,. Proprio un suo romanzo, Se la strada potesse parlare, ci porta nella Harlem dei primi anni ’70. Una frase di Baldwin all’inizio del film ci ricorda come Beale Street, New Orleans, sia la culla per ogni nero americano, avendo dato i natali a Louis Armstrong, al jazz e alla famiglia Baldwin stessa. "Ogni nero nato in America è nato a Beale Street, nei quartieri neri di qualche città americana, che sia Jackson, Mississippi o Harlem, New York. Questo romanzo tratta dell'impossibilità e della possibilità, l'assoluta necessità, di dare espressione a questa legacy". Ancora una volta la legacy, l'eredità, intesa come lascito non materiale, ma culturale, spirituale.

Scritto in contemporanea a Moonlight, racconta le vicende di una giovane coppia, Tish e Fonny, presa dall’entusiasmo della conoscenza reciproca e dalla torrenziale forza dell’amore che nasce, la cui costruzione di una vita insieme, con tutte le difficoltà per chi aveva la pelle scura (anche) nella New York di quegli anni, viene sconvolta dall’arresto (ingiusto) di lui per lo stupro di una donna ispanica. L’aspetta il carcere, mentre lei farà di tutto per far emergere la verità mantenendo intatto il sentimento per un uomo che continua a vedere come il suo partner per la vita. 

Già, ma quale vita? Di nuovo Jenkins insegue le marginalità di chi una vita non può sceglierla, ma subirla, con la novità questa volta di un legame forte come quello amoroso fra i due che mantiene viva la scintilla. Se la strada potesse parlare è un viaggio drammatico, la gimcana piena di ostacoli che fanno rabbia a cui sono costretti due giovani che vogliono semplicemente costruirsela, questa vita, in cui nonostante tutto è proprio la consapevolezza di esserci l’uno per l’altra, aiutati anche dalle rispettive famiglie, a non far abbassare la testa o cedere alla tentazione dell’autocompatimento sterile. Fondendo l’anima sentimentale con quella di lotta di Baldwin, Jenkins regala una gamma cromatica sgargiante di colori per tenere accesa e custodire questa storia d’amore, rendendola emblematica della resistenza nera, non dandola vinta a un’America dalla sua fondazione ostile, ma rivendicando i legami affettivi, la cura e l’abbraccio l’uno dell’altro come reazione esemplare. Sono splendidi, con una luce negli occhi tenera, vitale e ostinata, i due giovani scelti dal regista: Stephan James (già il resistene per eccellenza dello sport afroamericano, Jesse Owens, in Race, con i suoi quattro ori olimpici nella Berlino nazista, al cospetto di Hitler) e l’esordiente KiKi Layne.

Se la strada potesse parlare è la cocciuta storia di chi mantiene speranza e ottimismo, disinnesca l’intolleranza con il sorriso, ma non senza reagire e pretendere giustizia. Un viaggio liricamente elegante, poetico, che si fa beffe della disperazione così iper realistica di una New York, grande mela col bruco strisciante di un razzismo ancora vivo. La strada continuano a percorrerla ostinatamente, Tish e Fonny, anche se l’inciampo è dietro l’angolo, fino a che mantengono il contatto visivo, e si perdono uno negli occhi dell’altro, con una coreografia morbida e colorata che contrasta con un fato beffardo e ingiusto. Perché, come dice James Baldwin, “Beale Street è una via rumorosa. Lasciamo al lettore trovare un significato nel percuotere della batteria”.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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