Scream 4 - la recensione del film

14 aprile 2011
3.5 di 5
2

Wes Craven ripesca la sua saga più famosa dopo Nightmare, affrontando la necessità dell'ennesimo sequel con la solita autoironia metacinematografica. Ecco la nostra recensione di Scream 4, dal 15 aprile al cinema.

Scream 4 - la recensione del film

Scream 4 - la recensione del film di Wes Craven


Touché. Questo pensa l'incauto recensore che, scambiando due chiacchiere con il vicino prima della proiezione di Scream 4, le riascolta da una delle prime vittime del film: "Ancora con questa storia del metacinema, è una roba da anni Novanta, con tutti questi seguiti riciclano sempre le solite stronzate."
Wes Craven e il ritrovato sodale sceneggiatore/producer Kevin Williamson conoscono i loro prevedibili polli, e usano ancora una volta lo sfondamento della quarta parete sul quale hanno costruito il successo della saga, ma qui più che il metalinguismo conta la sfida. Se il primo Scream nel 1996 giocò con le regole cinematografiche dell'horror (sempre citate da personaggi appassionati di cinema) e i due seguiti del 1997 e del 2000 cincischiarono con alterne fortune sui concetti di sequel e trilogia, Scream 4 prende di petto autoironicamente il tormentone hollywoodiano degli ultimi anni: l'ossessione del remake/reboot. In breve, l'eterna vittima Sidney Prescott (Neve Campbell) ritorna finalmente alla sua malaugurata natale Woodsboro per la promozione del libro sulle sue traumatiche vicende passate: inutile dire che gli omicidi seriali con maschera “Urlo di Munch“ d'ordinanza riprenderanno immediatamente ricalcando eventi già visti e prendendo di mira sua cugina (Emma Roberts), coinvolgendo per dovere il simpatico sceriffo Dewey (David Arquette) e la giornalista Gale (Courteney Cox).

La dimensione ludica di uno Scream è totale, anzi: regia e sceneggiatura incarnano qui, meglio che negli ultimi due episodi, l'allestimento e l'esecuzione di un gioco di prestigio. Parliamo del vecchio stupore prevedibile da drive-in, la sorpresa che per paradosso vive nella routine: di inquadrature, tempi, stacchi e picchi musicali imprescindibili proprio in quanto già visti. Non è questo il reame dell'emozione profonda, è più una Casa dei Fantasmi in cui si risponde allo spavento con una risata, o un Cluedo cinematografico: "Se il personaggio X è uscito quando Ghostface ha attaccato, X può essere lui. Ma X c'era quando Y è stata uccisa, quindi l'assassino dev'essere Z."
Craven e Williamson si adeguano di sicuro alla moda del recupero saghe & miti, ma prestate attenzione: almeno in questo caso dietro il loro sberleffo c'è più serietà che nella riproposizione meccanica di un Final Destination o di un Saw, espressamente spernacchiato nei dialoghi. Qui si punta sì a eseguire una minima (sottolineiamo minima, chi vedrà capirà) variazione sul tema, però si mantiene la massima fiducia nella bontà delle idee originali, di regia e sceneggiatura, e si mostra di conseguenza il massimo rispetto del pubblico e dei fan. Le si ripropone con la sfrontatezza annunciata dallo sfogo citato in apertura di recensione, ma senza pensare mai che tale riproposta possa reggersi senza un lavoro accurato. La scommessa è vinta? A dirla tutta, tra un inizio scatenato e un finale perfetto, c'è una parte centrale che fatica un po' a decollare, ma l'incauto recensore, scrivendo questo, ha già paura di risentirlo in bocca alla prossima vittima.
Con Scream 4 Craven ci ha ricordato l'importanza di un concetto: sarà anche vero, come dice Ghostface al telefono, che la bionda "con le tette grosse" muore sempre, ma con un buon autore sarà sempre uno spassoso e impagabilmente prevedibile sacrificio all'altare del divertimento di genere.




  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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