La recensione di Sbirri, il film interpretato da Raoul Bova

09 aprile 2009
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Raoul Bova è il protagonista di Sbirri, un film di Roberto Burchielli che mescola la finzione alla realtà. L'oggetto di analisi è lo spaccio di droga a Milano, raccontato attraverso le missioni di una squadra di poliziotti a cui l'attore si è veramente unito. Una trovata interessante, che però non sempre corrisponde a un'idea chiara di...

La recensione di Sbirri, il film interpretato da Raoul Bova

Sbirri - la recensione

L'aspetto più originale e innovativo di Sbirri, e cioè il suo essere contemporaneamente una finzione narrativa e la riproduzione di una porzione di realtà, è anche il suo peggior difetto. Per parlare correttamente la lingua del docufiction, un film deve poter contare su una solida regia e su attori di estrema versatilità. Il nuovo lungometraggio di Roberto Burchielli non risponde a nessuno di questi due requisiti. L'idea di alternare la vicenda inventata di due genitori che perdono il figlio sedicenne per droga al vero pedinamento di alcuni spacciatori è sicuramente buona e coraggiosa, ma nel nostro caso il film non è abbastanza film e il documentario non è abbastanza documentario. Vediamo perché. Le missioni dei poliziotti reali filmate dalle telecamere nascoste del regista non sono più interessanti dei vari reportage televisivi che siamo abituati a vedere tanto in Italia quanto in America. Inoltre, nel momento in cui nel loro mondo entra il personaggio di Raoul Bova, nei panni del giornalista Matteo Gatti assetato di risposte, quel mondo perde immediatamente di credibilità. Allo stesso modo, la disperazione di un padre e una madre vittime di una terribile tragedia sulle prime ci coinvolge e sconvolge, poi i personaggi stentano a svilupparsi, e quando finalmente evolvono, succede troppo in fretta. La stessa rappresentazione del dolore cieco che si prova nel perdere la carne della propria carne inizialmente è notevole e ci colpisce come un pugno nello stomaco, in un secondo momento diventa troppo urlata. A questo vago sapore melodrammatico della recitazione di Raoul Bova e Simonetta Solder non giova neppure la macchina a mano che Burchielli sceglie di utilizzare anche fra le pareti domestiche, così come l’estetica presa in prestito ora dalla pubblicità, ora dai reality, ora dalle fiction televisive.Anche se è un film coraggioso, forse il primo che riesce a dire brutalmente ai genitori che se hanno un figlio "che si sballa" la colpa è quasi tutta loro, Sbirri semplifica eccessivamente il problema della droga. Gridando "non si fa!", non spiega esaurientemente perché si fa. E se non si fa, perché allora non accennare all'alcool e ai sonniferi?

Nonostante questi difetti, Sbirri ci ha colpito favorevolmente per tre ragioni. Innanzitutto per la “svolta thriller” che la vicenda prende dopo circa 30 minuti. Raoul-Matteo che riceve misteriosi videomessaggi che mostrano le ultime ore di vita di suo figlio diventa subito interessante per noi che guardiamo, tenendoci inchiodati alla poltrona in attesa che venga svelata l’identità del mittente. In secondo luogo, sono da apprezzare il coraggio e la sincerità di intenti di Raoul Bova, che ha creduto fortemente in questo progetto, che lo ha prodotto, che ha trascorso mesi su una macchina della polizia correndo dei rischi. Infine, ed è questa la forza del film, Sbirri ci fa capire che i veri agenti dell'antidroga non hanno nulla a che vedere con i giustizieri della notte che siamo abituati a vedere in tanti film. Sono persone normali, per nulla aggressive, innamorate di un lavoro spesso mal retribuito e disposte a cacciarsi in situazioni di pericolo pur di compiere il proprio dovere. Se i poliziotti fossero tutti come loro, magari "la neve" a Milano, e nel resto d'Italia, non sarebbe più un'emergenza.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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