Sarebbe stato facile - la recensione del film

24 settembre 2013
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Il comico toscano Graziano Salvadori esordisce alla regia con una commedia di impianto televisivo

Sarebbe stato facile - la recensione del film

Il mestiere di critico a volte ha i suoi svantaggi, ad esempio quando si è costretti a fare il contrario di quello che predica un famoso aforisma, (in realtà vera e propria istigazione all'ipocrisia): se non puoi parlare bene di qualcuno – o di qualcosa – allora non dire niente. Ci sarebbe davvero piaciuto parlare bene di Sarebbe stato facile, per una serie di motivi che vi elenchiamo nell'ordine: perché Graziano Salvadori, ultimo dei comici toscani a giungere alla regia di un film, ci sta simpatico e qualche volta ci fa anche ridere, così come il suo amico e sodale Niki Giustini. Perché Katia Beni ci è sempre piaciuta e perché per motivi biografici abbiamo un legame con la città di Lucca, dove il film è in parte ambientato. E poi anche perché condividiamo la (utopistica?) speranza in un mondo in cui non si giudicano le persone in base al loro orientamento sessuale ma per quello che sono, buone o cattive.

Ma la scelta di un tema importante in quella che, più che una commedia, si rivela presto una farsa con una frammentazione del racconto che segue i ritmi dello sketch televisivo, alza la barra delle aspettative. E allora son dolori. Il pretesto narrativo è quello di due coppie di amici omosessuali - una composta dai coetanei Luigi e Marco e l'altra da Mara e dalla più anziana Antonella - conviventi da 10 anni. Nonostante questo, quasi nessuno al di fuori è consapevole del loro rapporto. Desiderosi di un'adozione e impossibilitati a ottenerla per le leggi italiane, i quattro amici decidono di sposarsi incrociando le coppie e andare a vivere tutti insieme in una villetta a schiera. Con un'improbabile forzatura, ad aiutarli a realizzare il loro sogno sarà alla fine nientemeno che un monsignore gesuita, padre spirituale di Marco.

A merito degli attori va il non aver calcato il piede sullo stereotipo omosessuale, mettendo in scena due coppie come tante, e la totale assenza di volgarità. I personaggi sono spesso impegnati in gag da film muto o, come dicevamo più sopra, da siparietto televisivo: Marco sbatte con la faccia contro il muro, Luigi lotta con una pompa d'aria dotata di una sua maligna vitalità, l'assistente del fotografo di nozze è strabico e l'assessore che li sposa balbuziente. Non c'è una vera necessità perché le cose accadano in questo modo e alcune svolte narrative arrivano out of the blue, senza alcuna preparazione. Il problema è che Salvadori e Giustini continuano a fare un lavoro in cui sono ben rodati, ma con un linguaggio che non è applicabile al diverso mezzo espressivo. Alla vicenda dei protagonisti si incrocia anche quella di una giovane, fidanzata con un uomo ricco e perennemente attaccato al cellulare interpretato da Alessandro Paci, il cui fascinoso autista ha il volto del porno attore Franco Trentalance.

Ma le troppe digressioni distraggono e il film si sfilaccia progressivamente, dimostrando quello che molti comici nostrani tendono a sottovalutare: l'indubbia esperienza e l'affiatamento nato da anni di lavoro sui palcoscenici del cabaret e negli studi televisivi, non forniscono automaticamente la patente per fare un film.

 



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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