Sarà il mio tipo? - la recensione della commedia romantica francese

22 aprile 2015
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Diretta dal belga Lucas Belvaux, è forte nella scrittura e nelle interpretazioni.

Sarà il mio tipo? - la recensione della commedia romantica francese

La Francia non è come l'Italia, che ha Roma ma ha anche Milano, Torino, Bologna, Napoli, Palermo. Non è nemmeno come l'Inghilterra, perché la differenza che passa tra Londra e il resto del paese non è nemmeno paragonabile al fossato sociale e filosofico, forse perfino esistenzale, che separa Parigi dal resto della Francia. Per i parigini, non esiste altra Francia che Parigi: figuriamoci un po' per un parigino alto borghese e intellettuale.
E figuriamoci allora come uno di questi parigini, un filosofo egocentrico e un po' cinico, vanesio e dongiovanni, che insegna anche nei licei, possa reagire quando viene mandato per un anno in una scuola di Arras, una sonnacchiosa cittadina del nord, nel distretto di Calais.
Parte così Sarà il mio tipo?, diretto dal belga Lucas Belvaux, che ovviamente fa incontrare Clément, questo filosofo snob che pare modellato sul personaggio di Emmanuel Carrère (e che il suo interprete, Loïc Corbery, ricorda molto anche fisicamente), con una donna che è in tutto e per tutto il suo opposto, Jennifer, parrucchiera e madre single con l'hobby del karaoke.

La distanza che separa Clément da Jennifer è la stessa che separa Parigi da Arras, ma Clément ha tempo da perdere, sa corteggiare all'antica, non corre e ottiene quel che vuole, rimanendo però intrigato da questa donna semplice e un po' chiassosa che sogna l'amore romantico e al quale si trova a fare da Pigmalione da un lato e da accompagnatore di karaoke dall'altro. Forse la ama perfino, a suo modo. Anzi, la ama sicuramente, come lei ama lui. E però colmare la distanza che li separa non è facile, e c'è sempre il dubbio che l'altro possa non farcela, o che non sia la persona giusta.

Così, per quasi due ore Sarà il mio tipo? racconta l'improbabile e inevitabile innamoramento di Clément e Jennifer, i loro tira e molla, gli imbarazzi di lui di fronte al suo essere così sfacciatamente popolare e popolana, e i tanti dubbi di lei di fronte all'alterigia e alla superiorità intellettuale di un uomo che le legge Proust dopo l'amore, a lei che si era sempre nutrita di romanzi rosa ma che, come le dice Clément, è kantiana senza saperlo.
Un po' poco, forse, precisamente troppo poco se a supportare il film non ci fosse una scrittura precisa e brillante, firmata dallo stesso Belvaux, e una coppia d'attori decisamente funzionale: ché Corbery ha la giusta faccia da schiaffi e la smorfia costantemente schifata nei confronti di ciò che è costretto a vedere, dire, fare, mentre la bionda (ovviamente tinta) Émilie Dequenne è un concentrato di energia e fragilità.
Meno interessanti gli sforzi di Belvaux dietro la macchina da presa, che si limitano a un paio d'inquadrature a effetto e si aggrappano quasi con disperazione alle luci e alle paillettes delle esibizioni di Jennifer e compagne al karaoke della grande discoteca di provincia dove si esibisce una volta a settimana.

Anche in quei casi, è l'energia della Dequenne a salvare la situazione, il suo sorriso a tratti dolente di fronte a un uomo al quale forse non riuscirà mai ad arrivare del tutto, a conoscere completamente, tanto è arroccato nel suo ego e nelle sue intellettualizzazioni, chiuso e diffidente come un parigino può essere nei confronti di una parrucchiera di Arras anche quando non vorrebbe più esserlo.
Di fronte all'impasse di un amore così squilibrato, racconta Belvaux ci vuole una dose extra di coraggio, di quel coraggio che faccia spiccare un salto senza rete o che faccia dolorosamente innestare la retromarcia.
Un coraggio di cui, solitamente, le donne dispongono più di quanto non facciano gli uomini.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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