Sangue del mio sangue: la nostra recensione del film di Marco Bellocchio

08 settembre 2015
3.5 di 5
40

Presentato in concorso al Festival di Venezia 2015, il film arriva al cinema il 9 settembre

Sangue del mio sangue: la nostra recensione del film di Marco Bellocchio

Qualche anno fa, Marco Bellocchio annunciò la sua intenzione di girare un film dal titolo La Monaca di Bobbio (o La prigione di Bobbio). Poco dopo, fu la volta di quella che definì "una Dolce vita del Duemila", Italia mia, un film tragico e grottesco sulla società di oggi. Non è azzardato pensare che quei due progetti, mai concretizzati, abbiano trovato sintesi e realizzazione in questo Sangue del mio sangue: che da lato è, appunto, la storia di una suora scandalosa e prigioniera nella Bobbio del Seicento, dall'altro quella di alcuni personaggi che si incontrano (e incrociano tangenzialmente quel passato) oggi. Le parti storiche, che incorniciano quella contemporanea, sono esplicitamente figlie di quel progetto, mentre le ambizioni di raccontare l'Italia tutta si sono ridotte a una sineddoche bobbiese che, forse, è ancora più efficace di quanto sarebbe stato un affresco più ampio.

Ma al di là della genesi e della filologia, di Sangue del mio sangue è più interessante parlare da altri punti di vista: primo fra tutti, da quello di una libertà narrativa e compositiva sorprendente anche per Marco Bellocchio e per il suo cinema. Allontanandosi da ritratti ambiziosi e obblighi etico-morali come quelli dei suoi ultimi film, Bellocchio gira un film che gli è familiare in più di un senso (per i luoghi raccontati, gli interpreti coinvolti, perfino per i temi) e che gli permette, data questa dimensione così casalinga e questo istinto così intimo e spontaneo, di sciogliere la sua fantasiosa creatività metafisica, alternando il rigore ingannevole della ricostruzione d’epoca all’ironia surreale delle questioni relative ai nostri giorni.

Così, tra quadri del XVII secolo accompagnati da una versione corale di "Nothing Else Matters" dei Metallica, stanchi vampiri contemporanei, passioni fatali e piccole e grandi truffe, Sangue del mio sangue procede solenne e sardonico allo stesso tempo scherzoso anche nei confronti dello spettatore e ai limiti del sarcastico per raccontare piccole, eterne verità come quelle relative all'inadeguatezza degli uomini, alle loro piccole meschinità, all'arroganza ottusa di ogni autorità e all’eterno femminino che è insieme salvezza e dannazione, vita e morte.
Bellocchio guarda severo e scettico a chi condannava una giovane donna colpevole d'amore, e fa arrivare a chi di dovere la giusta punizione; guarda con malcelato disprezzo alla volgarità esibita e al becero opportunismo del popolo di oggi, ma anche con disincanto pietistico a chi vorrebbe conservare uno status quo marcescente, a chi vorrebbe "impedire di navigare". A dispensare vita, e morte, ma comunque speranza e rivoluzione necessaria, sono solo le donne: e non a caso per questi ruoli epifanici e transizionali Bellocchio sceglie la più giovane delle sue muse, Lidiya Liberman, e sua figlia Elena.

Ci sarà sicuramente chi dirà che Sangue del mio sangue è tutto chiuso nella testa del suo autore, nelle prigioni delle ossessioni di Marco Bellocchio, nell'autorefenzialità dei suoi attori, della sua famiglia, della sua Bobbio. Tanto varrebbe allora, usare metodi da Inquisizione per condannare un film che confessa già dal titolo la sua voglia di guardarsi dentro e vicino. Di rimanere piccolo, un pensiero libero nato magari sotto la doccia, o guidando distrattamente. è da lì, però, da questi semi di creatività lasciati esprimersi in minore, che i grandi artisti riescono spesso a dare il meglio dell'acume del loro sguardo.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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