Ruggine - la recensione del film di Daniele Gaglianone

01 settembre 2011
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Dopo aver diretto due lungometraggi che si sono fatti apprezzare nel circuito dei festival, Daniele Gaglianone con Ruggine ha diretto per la prima volta un cast di grossi nomi del nostro cinema

Ruggine - la recensione del film di Daniele Gaglianone

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Ruggine - la recensione del film di Daniele Gaglianone


Dopo aver diretto due lungometraggi che si sono fatti apprezzare nel circuito dei festival, Daniele Gaglianone con Ruggine ha diretto per la prima volta un cast di grossi nomi del nostro cinema come Stefano Accorsi, Valerio Mastandrea, Filippo Timi e Valeria Solarino affrontando un tema delicato e difficile come quello della pedofilia in un film tratto dall'omonimo romanzo di Stefano Massaron, scrittore, ma soprattutto traduttore di scrittori americani di successo come Jeffrey Deaver e Joe Lansdale.

Siamo nella periferia di una città del nord Italia negli anni 70 abitata da immigrati del Sud e non solo. Un gruppo di bambini si trova a giocare in mezzo ai prati e in una strana costruzione fatta di lamiere arruginite. Un giorno arriva un nuovo medico nel quartiere. Elegante e borghese, viene visto con grande rispetto dagli adulti, ma i bambini capiscono per primi come sia un personaggio strano e pericoloso. Alternate alle loro vicende seguiamo al giorno d'oggi alcuni dei ragazzi, ormai adulti, ma sempre segnati da quelle esperienze di vita e dal primo contatto con la violenza e con il male rappresentato dalla pedofilia. Il regista vuole mettere in scena queste vicende con gli strumenti narrativi di una fiaba nera, con il pedofilo che nei modi e nella caratterizzazione è né più né meno l'orco cattivo. I piccoli protagonisti giocano fra bande, con una serietà e un ardore tipici di quell'età in cui tutto diventa decisivo. Quello che lascia un po' interdetti è l'utilizzo formale di uno stile invece più tipico del cinema realistico italiano, creando un effetto ibrido che non facilita una immedesimazione totale.

I giovanissimi protagonisti porteranno i segni della loro esperienza anche da adulti, come ci dimostrano alcuni passaggi in cui li vediamo alle prese con la loro vita quotidiana, fra chi sembra aver anestetizzato il dolore attraverso le gioie della paternità o chi invece ha girato in tondo senza mai liberarsi di un segreto di violenza impossibile da superare.

Filippo Timi nel ruolo dell'orco cattivo dimostra più la sua tendenza ad andare sopra le righe che le sue indubbie qualità attoriali.

Le scorie, la particelle di ruggine che si muovono nell'aria morbosa e disturbante che questo film vuole creare finiscono più spesso per cadere inerti al suolo piuttosto che provocare veri scossoni emotivi.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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