Rosalie: la recensione del film francese con Nadia Tereszkiewicz e Benoît Magimel

22 maggio 2024
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Con Rosalie, Stéphanie Di Giusto firma un film in costume che racconta la lotta per l'emancipazione e l'accettazione di sé di una giovane donna barbuta, con due interpreti eccezionali. La recensione di Daniela Catelli.

Rosalie: la recensione del film francese con Nadia Tereszkiewicz e Benoît Magimel

Nella Francia rurale del 1870, Rosalie è una giovane donna, molto bella, che viene data in sposa dal padre ad un veterano di guerra invalido, assai più grande di lei, Abel, che gestisce senza fortuna il caffè di un villaggio, resistendo ai tentativi di acquistarlo da parte del signorotto locale. Gli sposi non si conoscono, ma lei porta in dote del denaro e l’uomo accetta di sposarla. Sempre vestita da capo a piedi, la ragazza nasconde un segreto: è nata con una forma di irsutismo che le fa crescere la barba e una fitta peluria in altre parti del corpo. Ma per aiutare Abel, e nonostante la sua ritrosia, decide di non nascondersi più e di fare della sua particolarità uno strumento di affermazione personale, combattendo con la mentalità retrograda di un paese inizialmente incuriosito ma pronto a voltare faccia e a darle addosso.

Tra l'Ottocento e il Novecento, quelli che abbiamo imparato a conoscere come “freak”, o fenomeni di natura, persone nate con disabilità fisiche o mentali, finivano spesso in manicomio o esibite brutalmente sui palchi dei sideshow, gli spettacoli itineranti in cui le loro deformità (anche se sarebbe più corretto dire difformità) venivano esposte a pagamento per un pubblico ignorante e volgare, disposto a pagare pur di vedere questi “mostri”, che ovviamente era libero di insultare o per cui nei casi migliori provava pietà mista a raccapriccio. Il loro appeal era talmente forte che ve n'erano anche di finti, con persone disposte a farsi operare chirurgicamente e altre che senza arrivare a questi estremi si spacciavano per meraviglie della natura grazie a banali trucchi da circo. Alcuni di questi sfortunati esseri umani diventarono delle vere star, soprattutto in America, dalle gemelle siamesi Daisy e Violet Milton, ai lillipuziani Harry Earles e Johnny Eck fino a Prince Randian, il torso umano, tra i protagonisti di Freaks di Tod Browning. Se conosciamo le loro storie (alcuni di sposarono ed ebbero figli, altri morirono ancora giovani e non sempre per cause naturali) è anche perché il cinema e la televisione ce le ha più volte raccontate, dalla tragica breve vita di Edward Merryck cui David Lynch ha dedicato un film capolavoro come Elephant Man, ai protagonisti di American Horror Story – Freakshow.

Ma cosa accadeva, quando portatore di una caratteristica che usciva dalla norma era ad esempio una ragazza giovane, intelligente e bella, di famiglia povera? Forse quello che succede alla protagonista di Rosalie, ovvero essere in pratica venduta ad un uomo ignaro che avrebbe potuto respingerla, o peggio. Stéphanie Di Giusto, coautrice (con Sandrine Le Coustomer) e regista del film, ci parla di una di queste donne, costrette a subire il peso di una diversità, che rivendica il proprio diritto dall’amore e ad essere accettata per quello che è, rifiutando di recarsi in un circo a fare "di mestiere" la donna barbuta, con la prospettiva di diventare una star, e decidendo di esporsi all’uomo che la respinge ma finirà per amarla e all’intero paese. Rosalie, che sogna di essere amata e che il padre ha costretto per tutta la vita a rasarsi e a nascondere il corpo sotto abiti accollati e mortificanti, è una donna bellissima e piena di vita e desiderio, come tutte. Vorrebbe dei figli, vuole conoscere la passione e il sesso. Non è una che si arrende e così decide di rovesciare le carte in tavola: condannata all’infelicità fin da piccola, rende palese (e nel suo piccolo diventa famosa, posando perfino per cartoline) quello che la curiosità morbosa della gente vorrebbe vedere, nella speranza di essere accettata, come per un po’ avviene. Ma quando qualcosa va male, o anche solo perché si dimostra troppo sicura di sé, presuntuosa agli occhi altrui per voler essere considerata "normale", ecco chi la ammirava o le dimostrava simpatia pronta a scagliarsi contro di lei, ideale capro espiatorio della situazione.

Rosalie non è solo un bellissimo film in costume, curato in tutti i particolari, ma un evidente pretesto per parlare della società contemporanea, ancora schiava di criteri estetici maggioritari e giudicante nei confronti di chi non è come tutti gli altri, dove dietro all'apparente e spesso ipocrita tutela della correttezza politica, le persone “diverse” vengono quotidianamente bullizzate e attaccate sui social, generando una società di uguali in cui tutti si assomigliano in nome di un concetto uniforme di bellezza, costringendo chi non può o non vuole sottostare a queste norme non scritte, oppure non è abbastanza forte da farlo, a soffrire emarginazione e isolamento. E’ un film fatto da donne che prende spunto da un personaggio di donna barbuta davvero esistita, Clémentine Delait, ma non è interessato al biografismo, preferendo raccontare un’altra storia, che riguarda ancora il corpo delle donne e il proprio diritto all’autodeterminazione, il desiderio di piacere per quello che si è (nel film sono in molti a desiderare Rosalie, tra cui il padrone della fabbrica e signore del villaggio, che per questo la punisce).

Dà vita a un personaggio indimenticabile di donna che lotta per la propria libertà e i propri umani desideri un’attrice giovanissima, bella, brava e intelligente come Nadia Tereszkiewicz, che non ha esitato a sottoporsi ogni giorno a 5 ore di trucco per farsi applicare sul volto e sul corpo pelo dopo pelo quella che è diventata quasi una seconda pelle, in uno splendido gioco attoriale con un interprete esperto come Benoit Magimel, che, fedele al “Metodo”, non le rivolgeva la parola sul set se non durante le scene. Insieme – il film è stato intelligentemente girato in ordine cronologico, ovvero in sequenza – i due danno vita a un confronto emozionante e convincente, che coinvolge lo spettatore che sui loro volti legge i quasi impercettibili segni del sentimento. Colpisce inoltre la precisione di Di Giusto nel raccontare perfino le cause del fenomeno dell’irsutismo in modo scientifico e la mitologia sottesa al culto, poi cancellato dalla Chiesa, della Santa barbuta crocifissa, santa Wilgefortis, cui Dio regalò la barba per proteggerla da uno stupro di gruppo, riuscendo a salvarne la virtù ma non la vita. Quando un film ti sa dare emozioni e dipinge alla perfezione un’epoca passata, dandole i colori del presente, mettendo in scena passioni, dolori e sentimenti universali attraverso attori capaci di restituirne la verità e la ricchezza, di questi tempi grami per chi ama il cinema come forma d'arte, è giusto essere riconoscenti a chi lo fa e a chi ci ha creduto, sperando - o meglio credendo - che esista ancora un pubblico in grado di apprezzarlo come merita.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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