Romeo and Juliet - la recensione del film di Carlo Carlei

11 novembre 2013
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Una versione molto fedelle della tragedia veronese

Romeo and Juliet - la recensione del film di Carlo Carlei

Ogni volta che ci si trova di fronte a una nuova versione per il cinema di un classico come "Romeo e Giulietta" di William Shakespeare è inevitabile domandarsi da dove venga il desiderio di riproporre una storia così tante volte raccontata, cosa possa mai aggiungere alla lettura di una delle più struggenti e tristi storie d’amore mai raccontate. Nella versione di Carlo Carlei, poi, scritta da Julian Fellowes, non c’è una particolare rilettura, come quella così estrema di Baz Luhrmann.

Allora si può pensare alla voglia di proporre un film che avvicini i giovani a questa storia, che parla proprio di due giovani che interpretano l’amore con l’assolutismo che quest’epoca, anche a quell’età, capisce con difficoltà. Una lettura molto classica, in questo caso. Letterale riproposizione scritta dalla deliziosa penna britannica di Julian Fellowes, che ha raccontato le vicende della società britannica di inizio ‘900 così bene nel film Gosford Park, diretto da Robert Altman, e nella serie televisiva di grande e meritato successo Downton Abbey.

Se la regia di Carlo Carlei è funzionale, la confezione del film è sicuramente affascinante, dalle location tutte realmente italiane ai costumi, alle musiche e visivamente ricco anche per la licenza poetica che ha fatto spostare l’ambientazione dall’ultimo Medioevo al più sontuoso Rinascimento. Ma arriviamo ai due protagonisti; se non crediamo nel loro amore assoluto difficilmente riusciamo a entrare emotivamente nel film. Qui purtroppo arrivano i problemi; se i non protagonisti sono una garanzia, da Damian “Homeland” Lewis a Paul Giamatti, da Stellan Skarsgård a Lesley Manville, Hailee Steinfeld come Giulietta risulta poco carismatica. La scelta filologicamente corretta di prendere una ragazza molto giovane e acerba, di 14 anni, cinematograficamente penalizza il film. La Steinfeld, infatti, non è in grado di rendere il magnetismo del personaggio. Meglio il Romeo di Douglas Booth, che ha già alle spalle la miniserie BBC "Grandi speranze".

Risulta, invece, superfluo spendere troppe parole sulla potenza del racconto del primo amore più celebre mai raccontato, sullo scontro fra passioni assolute giovanili e ragion di stato, sul racconto del destino beffardo, sull’irrazionalità delle faide ataviche. Va detto, poi, che Carlei e Fellowes rendono con un paio di scelte ancora più melodrammatica la propria versione e regalano un prodotto onesto e di buona confezione, che evita l’effetto sceneggiato televisivo, ma risulta piuttosto esangue.




  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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