Roman Polanski: A Film Memoir, la recensione

18 maggio 2012
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La vita di Roman Polanski sembra un romanzo a tinte forti, un feuilleton dell'Ottocento. Nemmeno l'immaginazione del più fantasioso ghost-writer avrebbe saputo concepirla. E' talmente piena di drammi e colpi di scena da assomigliare a un film.

Roman Polanski: A Film Memoir, la recensione

La vita di Roman Polanski sembra un romanzo a tinte forti, un feuilleton dell'Ottocento. Nemmeno l'immaginazione del più fantasioso ghost-writer avrebbe saputo concepirla. E' talmente piena di drammi e colpi di scena da assomigliare a un film. A una vita così, si può sopravvivere soltanto con una robusta dose di autoironia, astuzia, forza interiore e istinto di sopravvivenza. Il vissuto di Roman Polanski offre una perfetta chiave di lettura del suo cinema, attraversato dai temi della fuga e della resistenza. In una memorabile, fluviale conferenza stampa avvenuta a Roma molti anni fa (in occasione della consegna del premio Filmcritica) il regista citò Il fuggiasco di Carol Reed come il film che meglio descriveva la sua vita. E proprio una fuga per la salvezza torna a sorpresa, 40 anni dopo, a scuotere gli equilibri raggiunti da un uomo ormai in pace e di un artista realizzato, e a rinchiuderlo nel limbo di una lunga attesa agli arresti domiciliari in un luogo da lui tanto amato, lo chalet svizzero di Gstaad. E' l'occasione, a 77 anni, per confrontarsi con se stesso, senza isterie e nevrosi, ma con una profonda conoscenza di sé, accettando di rispondere alle domande dell'amico di una vita, il produttore Andrew Braunsberg, per raccontare la propria storia.

Nasce così
Roman Polanski. A Film Memoir, un'autobiografia filmata che consigliamo a tutti: a chi non sa niente dell'uomo ma ama il suo cinema, a chi ama entrambi, e soprattutto a chi ha deciso di credere ciecamente alla verità mediatica senza ascoltare le parti in causa, la vittima e il colpevole. Qua potrà vederle e sentirle entrambe, e se riuscirà per un attimo a distrarsi dall'ansia giustizialista e a togliersi il cappuccio nero dalla testa, avrà la possibilità di immergersi nell'avventura straordinaria che è stata, nel bene e nel male, la vita di quest'uomo geniale, di un artista che ha firmato alcuni dei capolavori della storia del cinema mondiale, le cui immagini traggono origine da un vissuto che in parte scopriamo proprio grazie a questo film.

Colpisce molto la commozione con cui Polanski racconta gli eventi della propria infanzia, il ghetto di Varsavia, la morte di due amici bambini e della propria madre ad Auschwitz, il dolore e la necessità di doversela cavare da solo, una volta fuggito, senza sapere per anni cosa ne fosse stato della sua famiglia. Il piccolo ebreo Roman sopravvive all'orrore della persecuzione nazista, alla guerra e al dopoguerra, e diventa da adolescente star della radio e del teatro. Senza un'istruzione formale, impara a leggere dai sottotitoli dei film e dalla traduzione in polacco arcaico della Chanson de Roland, si scontra con la durezza del comunismo reale e trova la propria realizzazione professionale e personale a Londra e a Parigi, lontano dalla cortina di ferro.


Sono gli anni Sessanta e lui li vive a pieno, protagonista anche mondano del periodo, prima di arrivare a Hollywood da acclamato giovane prodigio, e innamorarsi della bellissima Sharon Tate, la donna massacrata dalla Manson Family con in grembo il figlio che avrebbe forse potuto dargli quella normalità di vita che non aveva mai conosciuto. Caso vuole che sia proprio Braunsberg a rispondere al telefono e a passarglielo quella tragica mattina di agosto, quando lui e Polanski sono alle prese con la sceneggiatura de Il giorno del delfino (che poi girerà Mike Nichols) e Sharon è rimasta con alcuni amici nella bella casa di Cielo Drive, a Bel Air.

Un amico da Hollywood gli dà la terribile notizia. Inizia così per lui un lungo calvario, di cui, per una perversa fissazione dei tabloid, lo stesso regista viene ritenuto responsabile. Dopo Rosemary's Baby, l'America puritana non gli perdona quella che giudica una sospetta “sympathy for the devil”. E poi Polanski è straniero, giovane, ricco e spregiudicato, non è americano, e se gli stravizi si possono perdonare a un simpaticone come Jack Nicholson, tutt'altro metro si applica a un immigrato di successo. Polanski non nega le sue colpe, e tutti sanno che, in un tentativo di sottrarsi allo strazio, allo shock e al senso di colpa per non essere stato presente a difendere la moglie e il bambino, si dedica alle droghe e al sesso selvaggio. Questo non lo racconta, ma lo lascia intendere quando dice “a lungo non sono stato più me stesso”.

I 90 minuti montati, dalle molte ore di conversazione avvenute in vari incontri, scorrono veloci, tra immagini inedite, documenti d'archivio, filmati poco visti, foto private. Polanski è un raconteur eccezionale, parla a Braunsberg che lo conosce e lo ama per parlare a tutti noi, come solo un uomo della sua età può fare. Ma non finisce qua. L'adorata moglie Emmanuelle Seigner lo rende padre felice di due bambini, e infine arriva anche – di nuovo - la libertà. Libertà di fare cinema con i suoi collaboratori storici che rappresentano una numerosa famiglia allargata: una felicità che ad un orfano costretto troppo presto a perdere l'innocenza è a lungo sembrata irraggiungibile. Chissà se una vita più ordinaria, fuori dai radar, lo avrebbe davvero reso più felice: se un uomo è la somma delle sue esperienze, positive e negative, quello che è oggi Roman Polanski a noi piace moltissimo. Dubitiamo che gli integerrimi fustigatori si ricrederanno sul suo conto dopo aver visto questo film, che nella sua semplicità è una fondamentale testimonianza storica e un documento eccezionale della capacità dell'essere umano di superare l'incubo e il negativo più assoluto, grazie ad un'arte in grado di sopravvivere ai suoi vizi e alle sue virtù.
 



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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