Ride Recensione

Titolo originale: Ride

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Ride: recensione del thriller italiano sugli sport estremi

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Ride: recensione del thriller italiano sugli sport estremi

Esattamente come i due rider protagonisti del film, anche gli autori Fabio Guaglione, Fabio Resinaro, Marco Sani e il regista Jacopo Rondinelli si sono lanciati giù per la montagna a folle velocità, con estrema incoscienza, esibendosi in acrobazie pericolose, schiantandosi su alberi e rocce per poi risalire e arrivare fino in fondo. Quella montagna per loro è stata la realizzazione di un'opera ipoteticamente piccola, quasi intimista e sperimentale ma mai modesta, che è diventata una delle più coraggiose operazioni produttive del cinema italiano.

L'idea di fare un film usando camere Go-Pro montate sugli attori impegnati nello sport estremo del downhill è sostanzialmente un upgrade dei migliaia di video esistenti su YouTube. Di immagini pronte a farci spalancare la mascella ce sono tante sul web e in Ride sono nobilitate da un trattamento narrativo. I personaggi di Kyle e Max sono fortemente dipendenti da due cose: l'adrenalina e le visualizzazioni dei loro video. Portando dunque all'estremo le loro acrobazie, come se non lo fossero abbastanza, la gara segreta alla quale partecipano si rivela essere una corsa contro la morte ripresa in diretta. È una sorta di reality come The Truman Show, con regole sadiche alla Hunger Games e incalzante come L'implacabile.

La natura delle riprese rende unico questo film, un'esperienza immersiva a 360° vissuta dagli attori sul set. Il ritmo è forsennato, perché anche gli spettatori sono di fatto seduti in sella alle mountain bike. A travolgerli non è tanto il montaggio delle immagini, quanto la storia i cui colpi di scena desiderano con tutto il cuore di essere punk come l'anima del film. I monoliti neri piazzati sul percorso che rappresentano i check point, simuleranno pure smartphone giganti però è impossibile non pensare a 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, che più o meno ritorna verso il finale con il tema della perversione, di cosa faccia certa gente che condivide passioni non esattamente edificanti come in Eyes Wide Shut.

Gli autori pescano e rimescolano riferimenti culturali, orgogliosi di avere tra le mani un progetto che consenta loro di dichiarare cosa li abbia cresciuti. Ride è un film attuale, un videogame survoltato con tanto di livelli da superare, gradi di sopravvivenza e ricariche di energia, eppure a qualcuno potranno tornare alla memoria i cartoni animati degli anni 70 come Kyashan, Hurricane Polimar e Conan, o la prima stagione di Lost con i suoi intricati misteri nella radura, oppure Mad Max, Masters of the Universe e i Power Rangers. Anche i film Marvel si celano dietro il look dei rider che ricevono un trattamento estetico come se fossero veri supereroi. E Ride, a conti fatti, non è altro che la origin story di un potenziale universo cinematografico in espansione.

Sperimentale sì, ma generoso di idee. La carne al fuoco è tanta e solo se arrivassero altri seguiti della storia (film o versioni seriali, non bastano il fumetto e il libro già pubblicati) si potrebbe giustificare l'adrenalinico spargimento di colpi di scena. Il film è saggiamente concepito come se non avesse una nazionalità, girato in lingua inglese con i due bravi protagonisti Lorenzo Richelmy e Ludovic Hughes, affiancati dall'attrice tedesco-spagnola Simone Labarga e dall'attore britannico Matt Rippy. Progetti come Ride fanno bene all'industria cinematografica italiana, garantiscono quell'internazionalità promuovendo i nostri autori e artisti come portatori di una creatività esportabile e adattabile alle altre culture.

Ride
SecondoTeaser Trailer Ufficiale del Film - HD
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Antonio Bracco
  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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