Répertoire des villes disparues Recensione

Titolo originale: Répertoire des villes disparues

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Ghost Town Anthology: recensione del film di Denis Côté in concorso al Festival di Berlino 2019

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Ghost Town Anthology: recensione del film di Denis Côté in concorso al Festival di Berlino 2019

Una strada, dritta, che attraversa nulla desolato e invernale della campagna canadese. Un’auto la percorre veloce, e all’improvviso sbanda (sterza?), andando a schiantarsi contro dei cubi di cemento. Sul luogo dell’incidente arrivano dei bambini, che indossano maschere strane e inquietanti.
Comincia così Ghost Town Anthology, che è il nuovo film del canadese Denis Côté basato su un romanzo di Laurence Olivier (non l’attore, ma un professore universitario di letteratura di Montreal), e che procede andando a vedere la ricaduta di quell’incidente che poi incidente non era, della morte di un ragazzo di 21 anni, all’interno della comunità ristretta e anche un po’ chiusa di Irénée-des-neiges, 215 abitanti che si conoscono e riconoscono tutti tra di loro.

Ma non sono tanto il dolore di una famiglia, o il lutto cittadino in senso stretto, a essere raccontati dal film di Côté, quanto come il gesto del giovane Simon rompa il ghiaccio che paralizza la vita e le menti dei suoi concittadini, aprendo crepe dalle quali emerge il senso d’orgoglioso isolamento di una popolazione che pensa di farcela sempre da sola, e che rifiuta perfino l’aiuto di una psicologa (col velo) arrivata dalla città.
Un isolamento che, anche quando volontario o figlio dell’orgoglio comunitario, si tramuta in depressione e mancanza di prospettive.
Nessun accenno bergmaniano, però, in Ghost Town Anthology.
La chiave autoriale e narrativa di Côté è quasi quella di un Twin Peaks girato in 16mm e con sguardo naturalista su cose, case e persone. Anche su quelle strane apparizioni che sembrano diventare sempre più frequenti, figure ignote e silenziose che molti dei protagonisti del film iniziano a vedere in lontananza, o sentire muoversi nelle loro case; anche sullo stesso Simon, che appare a sua madre prima, e a suo padre e suo fratello poi.

Più che un film di sceneggiatura, quello di Côté è un film di sensazioni e stati d’animo, di poche parole e molti sguardi e molti gesti. È un dramma mascherato da thriller sovrannaturale, capace di giocare bene con la tensione e non lasciandosi prendere mai dalla tentazione della scena a effetto, con la sola eccezione, rilevante e affascinante, di un personaggio che improvvisamente viene trovato in aria, immobile, come levitante, e che lì rimane.
Dove voglia andare a parare il canadese, con la metafora dei morti che riappaiono silenziosi nella città era loro, tra quelli che dovrebbero essere vivi e che forse non stanno davvero vivendo, perché la chiusura all’altro è morte, è facile capirlo.
Ma Ghost Town Anthology funziona comunque, e intriga. Non tanto per via del suo ronzare attorno al genere, o grazie alla leggerezza della mano del regista nel trattare certi temi,  ma perché è uno di quei film che - ferme restando le grandi o piccole imperfezioni - è capace di creare un mondo personale, e di raccontarlo con uno sguardo originale, finendo col fartici entrare dentro.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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