Reflection, la recensione del film ucraino in concorso al Festival di Venezia 2021

07 settembre 2021
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Dopo aver vinto Orizzonti nel 2019 con Atlantis, Valentyn Vasyanovych approda al Concorso principale della Mostra. Grande cura dell'immagine ma anche una radicalità di messa in scena che esagera con simbolismi e pesantezze, sfiorando il sadismo nella rappresentazione la violenza e concedendo troppo poco, e con troppa presunzione, allo spettatore.

Reflection, la recensione del film ucraino in concorso al Festival di Venezia 2021

Se invece di essere pop e coloratissimo Wes Anderson fosse un plumbeo e con tendenze sadiche; o se Roy Andersson fosse ucraino e privo di ironia, forse Reflection l'avrebbero girato loro.
Perché il film è interamente composto da una serie di quadri dall'inquadratura curatissima, tutti o quasi con la camera fissa e l'inserimento di rari e occasionali, ma lunghissimi ed elaborati, piani sequenza. Dentro questi quadri scene di isolamento, incapacità di comunicare, guerra, violenza, tortura. E poi ancora tentativi di empatia, di vita, di rapporti. Di disperata ansia di proteggersi dalla morte.
Invece no, Reflection l'ha girato Valentyn Vasyanovych, quello che al Festival di Venezia, nel 2019, aveva vinto la sezione Orizzonti con Atlantis, e che ora è tornato al Lido ottenendo con questo suo nuovo film il concorso principale.

Al centro dei venti e più quadri che compongono Reflection c'è sempre un uomo, Serhiy.
Serhiy è un chirurgo, ed stremato e turbato dalla quantità di gente che gli arriva in ospedale dal fronte della guerra del Donbass. Quel fronte su cui è impegnato il nuovo compagno della ex moglie, che fa anche da secondo padre a sua figlia. Sarà per responsabilità morale, o per meglio apparire agli occhi della ragazza, fatto sta che Serhiy parte anche lui volontario, ma al fronte viene subito catturato, torturato, fatto prigioniero e tenuto in vita per via delle sue competenze mediche. E quando, grazie a uno scambio di prigionieri, Serhiy torna a casa, lasciandosi alle spalle un incubo ma non il peso di un segreto ingombrante, le cose non saranno facili, a dispetto dei suoi tentativi di tornare alla normalità e di riconnettersi alla sua famiglia.

Al netto di qualche insistenza formale di troppo, come il motivo ricorrente di vetri e schermi che sembrano separare il protagonista dal fluire dalla vita e soprattutto dall'incombenza della morte (gli schermi difatti scompaiono quando discende negli inferi del conflitto), la cura per l'immagine di Vasyanovych e la sua capacità di gestire lo spazio scenico e far muovere i personaggi al suo interno, sono indubbie. I dubbi nascono, però, quando il regista insiste in maniera ai limiti del voyeurismo sulla violenza; o, al contrario, quando la volontà di farsi rarefatto e ostentatamente simbolista svuotano di parole e vita quei quadri così rigoramente e miniziosamente allestiti.
Vasyanovych sembra credere fermamente nella forza dell'immagine, quasi nella sua autosufficienza, sfiorando l'estetismo di cattivo gusto, rimanendo algido e distante, negando allo spettatore qualsiasi compromesso con l'emozione, affidando ai soli simboli ciò che si rifiuta di raccontare diversamente.
Eppure, curiosamente, sembra anche voler dire che solo sapendo ascoltare, che si riconosce finalmente l'altro. In questo, come nel caso del simbolismo degli schermi, Vasyanovych finisce con essere uno di quelli che contraddice nella pratica ciò che predica col suo cinema.

Reflection
Clip ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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