Red - la recensione del film

09 maggio 2011
3.5 di 5

Non ci sono solo i supereroi. La sempre più complessa ibridazione produttiva e linguistica tra cinema e fumetto sta rappresentando un nuovo step nel complesso percorso evolutivo del cinema d’azione come inteso dagli anni Ottanta ai giorni nostri, riconfigurandone molti degli aspetti formali e dei toni e registri utilizzati.

Red - la recensione del film

Red - la recensione

Non ci sono solo i supereroi. La sempre più complessa ibridazione produttiva e linguistica tra cinema e fumetto sta rappresentando un nuovo step nel complesso percorso evolutivo del cinema d’azione come inteso dagli anni Ottanta ai giorni nostri, riconfigurandone molti degli aspetti formali e dei toni e registri utilizzati.
Dopo titoli in questo senso esemplari come Wanted e The Losers, ecco che il Red diretto da un sorprendente Robert Schwentke ne è l’ennesima dimostrazione.

Non è un caso che, nella sua sequenza d’apertura, Red faccia tornare in qualche modo alla memoria dei momenti tratti da due delle saghe che hanno fondato l’action contemporaneo come quella di Die Hard e quella di Arma letale, prendendone al tempo stesso le distanze in maniera evidente.
Perché il nuovo cinema d’azione si riappropria della fisicità pesante ed esplosiva di quegli anni e quei modelli, non alleggerendola più secondo le coordinate elastiche e aeree che erano state imposte dal cinema orientale ma attraverso una sottolineatura forte ed espansiva dell’ironia e un impianto formale dalle coordinate (anche balistiche) geometriche e iperrealiste, la cui esagerazione - fumettistica, cartoonesca, appunto – è specularmente corrispondente alla leggerezza dei toni.

Grazie anche al fatto di avere a disposizione un gruppo d’attori di grande spessore e in grandissima forma, Schwentke trova con il materiale di partenza (una graphic novel di Warren Ellis e Cully Hamner adattata da Erich e Jon Hoeber) e soprattutto con la sua trasposizione linguistica un feeling che in precedenza non aveva mai dimostrato di avere, e lascia che siano il divertimento e la spensieratezza a dettare il ritmo del tutto. Linee narrative che nella saga di Jason Bourne o in film come Spy Game venivano trattate con toni sostanzialmente cupi, con quel senso di paranoia che nemmeno la fine della Guerra Fredda ha estinto ma anzi amplificato, qui vengono sviluppate secondo coordinate ammiccanti e sardoniche e i protagonisti vengono ammantati di quella nonchalance ricca di eleganza che getta le sue radici in certo cinema degli anni Sessanta, quello post-bondiano e del Rat Pack.

Ed ecco che allora tutto torna, e diventa chiaro come mai Red sia considerabile come l’Ocean’s Eleven del cinema d’azione contemporaneo: Schwentke cita (e aggiorna) le atmosfere di Soderbergh (che citava e aggiornava quelle di Lewis Milestone), riprende persino certe sonorità della colonna sonora e lascia che la sua banda di all-star porti avanti un piano di rivalsa spionistica con numerose affinità nella tecnica e nelle inflessioni con quello ordito da Clooney, Pitt e compagnia.
Come in quel caso, anche in questo, quello di Red, la macchina funziona liscia e ben oliata, lasciando che lo spettatore possa godere nel massimo del disimpegno del divertimento, della bizzarria, del sentimento e – ovviamente – dell’azione del film.
E se in questo elegante tour de force il fiato del regista appare un po’ corto nel finale, portando alla perdita di qualche battuta, basta che riappaia Bruce Willis a fare da metronomo umano per riportare il film in carreggiata prima e in porto poi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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