Red Zone - 22 miglia di fuoco: recensione del frenetico action con Mark Wahlberg

07 novembre 2018
2.5 di 5
2

Diretto da Peter Berg, il film non si ferma mai (tanta azione e tante chiacchiere) e alla lunga stanca.

Red Zone - 22 miglia di fuoco: recensione del frenetico action con Mark Wahlberg

La testa l'hanno messa entrambi, prima seduti a un tavolo per concepire il progetto, poi uno davanti e l'altro dietro la macchina da presa. Mark Wahlberg e il regista Peter Berg hanno lavorato bene su Lone Survivor (vera storia eroica di soldati americani), Deepwater: Inferno sull'oceano (vera storia eroica di ingegneri su una piattaforma petrolifera) e Boston - Caccia all'uomo (vera storia eroica di poliziotti alla maratona di Boston), tutti buoni prodotti dell'industria hollywoodiana apprezzati tanto dalla critica quanto dal pubblico. Le basi di partenza quindi erano molto buone per lavorare una quarta volta insieme, stavolta con un'idea originale tutta loro, pensata in grande anche sotto l'ottica del business. Red Zone - 22 miglia di fuoco, nelle loro intenzioni, è il primo film di una trilogia action su una task force governativa, un'elite di agenti speciali da impiegare nelle situazioni più rischiose e prioritarie per la sicurezza nazionale e mondiale.

Dopo un prologo in cui vediamo gli agenti sgombrare un covo di spie sul suolo americano, la storia si sposta ed inizia a Giacarta in Indonesia. Un poliziotto chiede protezione all'ambasciata USA, perché dice di conoscere la password per localizzare pericolosissime bombe al cesio-137 in mano ai russi. Il film dunque stabilisce fin da subito due cose, un nemico old-fashion e l'urgenza dei personaggi. Le bombe rappresentano il cosiddetto MacGuffin, quell'elemento chiave per mandare avanti la storia che al contempo resta in sottofondo, mentre il cuore del film è la sua natura da action movie con inseguimenti, sparatorie e scene di lotta.

Berg e Wahlberg però hanno imboccato una strada più ambiziosa, cercando di caratterizzare oltremisura alcuni personaggi. In primis proprio quello dell'attore, un agente speciale con un passato da militare e soprattutto con una plusdotazione intellettiva. Questo significa che a livello cognitivo è molto più avanti di chiunque altro, ragiona e parla così velocemente che i suoi colleghi faticano a stargli dietro. E, sorpresa, fatica anche uno spettatore di fronte ai suoi monologhi. A livello sociale è pessimo e, per quanto stimato professionalmente, non è una gradevole compagnia. E, sorpresa, anche lo spettatore non stabilisce alcuna empatia con lui. Non sarebbe teoricamente un problema, piacere non è la sua missione, se questa lacuna fosse colmata in altro modo dal film. Ma non lo è.

La volontà di mostrare il più estremo realismo dona a Red Zone un buon impatto estetico. È vero altresì che incide drammaticamente anche sugli altri personaggi. Sono asettici come si presume possa essere il profilo di chi fa quel mestiere e il tentativo di sfaccettare il personaggio di Lauren Cohan con una problematica personale, non appare sufficiente a "scaldare" la storia. Paradossalmente è l'uomo più misterioso del film a salvare il salvabile. La star indonesiana Iko Uwais ruba più volte la scena senza troppa fatica e non solo per le sue doti atletiche. Se la ricerca del realismo aiuta la sensazione di sentirsi effettivamente in quella guerriglia urbana, la tecnica della shaky cam (le riprese con la camera a mano) e il montaggio serratissimo non agevolano la geografia dell'azione e alla lunga stordiscono facendo rimpiagere i Jason Bourne di Paul Grengrass.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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