Red Army - recensione del film di Gabe Polsky presentato al Milano Film Festival

12 settembre 2014
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La storia parallela dell'Unione Sovietica e della sua nazionale di hockey su ghiaccio.

Red Army - recensione del film di Gabe Polsky presentato al Milano Film Festival

Che le arene sportive fossero state campi di battaglia privilegiati per le sotterranee e velenose battaglie della Guerra Fredda, lo sapevamo un po' tutti.
Ma che attraverso la parabola della squadra di hockey su ghiaccio più forte di sempre, e dei suoi giocatori, si potesse raccontare l'apice di quel periodo storico, e poi il crollo dell'Unione Sovietica e quel che ne è conseguito, forse è fatto meno noto.
Gabe Polsky, giovane uomo di cinema statunitense - noto come produttore ma anche come regista col fratello gemello Alan di The Motel Life, presentato al Festival di Roma nel 2012 – si premura di raccontarcelo, con un documentario che alterna interviste e materiali di repertorio e che, con l'elegante scorrevolezza di un pattino che scivola sul ghiaccio ma anche con l'implacabilità di un tiro in porta destinato al gol, racconta una storia singolare e collettiva, la cui valenza storica non mette mai in secondo piano l'aspetto umano.

La parabola di Red Army (e quindi quella dell'Unione Sovietica e della Russia) è quella del CSKA di Mosca, la squadra direttamente controllata dall'esercito sovietico e per questo soprannominata appunto “Armata Rossa”, una squadra che per anni è stata perfettamente coincidente con la nazionale dell'URSS chiamata a disputare Mondiali e Olimpiadi.
Ed è quella di uno dei suoi giocatori simbolo, Slava Fetisov, colui che senza mai disertare, osò sfidare l'establishment negli anni della Perestrojka, che rimase sempre fedele al suo paese e al suo primo allenatore ma che finì a giocare nella NHL trionfando anche lì, che da fedele oppositore è divenuto uomo di governo finendo col ricoprire l'incarico di Ministro dello Sport nella Russia putiniana.

I passaggi nella vita di Fetisov e dei suoi compagni, la fitta rete di intrecci e ribaltamenti di fronte, hanno poco da invidiare a quelli che facevano sul ghiaccio, protagonisti di un gioco complesso, abile e agile come una sinfonia, tattico e astuto come una partita a scacchi: e hanno avuto perfetta sincronia con quelli della storia del loro paese.
Quella squadra lì, quella nazionale, racconta Red Army, non era solo la vetrina tirata a lucido della società sovietica, ma era una miniatura capace di riprodurne tanto le luci quanto le ombre, il laboratorio di quello che sarebbe succeso su larga scala.
Il duro e reclusivo regime di allenamento di Fetisov e compagni, i controlli del KGB, il controllo politico della squadra erano quelli di tutti i sovietici, così come loro erano anche le gioie e le soddisfazioni ottenute sul campo, e quel senso di vicina fratellanza che aleggiava.
L'opposizione del giocatore dopo le reiterate bugie della politica, e i suoi tentativi di ottenere una meritata libertà senza disertare, lo specchio della difficile politica gorbacioviana; il suo scontrarsi con la diffidenza americana, quello della confusione di un popolo sospeso tra passato e futuro; il suo rientro in patria e in politica, quello della costruzione della nuova Russia contemporanea.

Tutto questo, raccontato da Polski senza eccessi retorici, s'intreccia senza impicci né imbarazzi con il dipanarsi di una grande ed epica storia sportiva, dove trionfi e talenti sono andati sempre a braccetto, e con una vicenda umana d'amicizia e cameratismo che viene declinata con i toni insieme grandiosi, sarcastici, allegri, misteriosi, dolenti e malinconici tipici della grande cultura russa.
Una storia, una vicenda e una cultura che, oggi, sembrano ancora dover giocare le loro partite più impegnative. 
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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