Re Granchio, la recensione: dal cinema antropologico al western in 105 minuti

28 novembre 2021
3.5 di 5

Presentato in prima mondiale alla Quinzaine des Réalisateurs lo scorso luglio, e ora in prima italiana al Torino Film Festival, il film che segna l'esordio nella fiction di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis è un film dalla doppia identità: ostico nella prima parte, affascinantissimo nella seconda. La recensione di Federico Gironi

Re Granchio, la recensione: dal cinema antropologico al western in 105 minuti

Dal cinema antropologico al western in 105 minuti. Alla loro prima prova di finzione Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis (finora specializzati nel documentario) esplorano le tante sfumature del linguaggio del cinema e quello che definiscono "il potere delle storie".
D'altronde, sulle storie oralmente tramandate hanno costruito la prima fase della loro carriera, e con Re Granchio fanno lo stesso, allargandone però effetti e suggestioni. Anche qui, infatti, si parte da un racconto orale: quello fatto da un gruppo di anziani amici della Tuscia che, attorno a un tavolo, rievocano una figura  leggendaria. La figura di Luciano, uomo ribelle, tenero, visionario, alcolizzato; figlio di un medico che, nell'Ottocento visse un tormento amoroso per la bella Emma, osteggiato dal padre di lei, e si rivoltò contro il principe delle sue terre per combattere un arrogante capriccio, ma in realtà anche nel nome dell'amore per la ragazza.

La prima parte di Re Granchio racconta proprio queste vicende: la quotidianità tormentata e alcolica dell'ubriacono Luciano (interpretato dall'artista romano Gabriele Silli, il cui sguardo febbrile e intenso è una vera e propria calamita), la dolcezza del suo sentimento per Emma, fino a un gesto scellerato che lo costringerà a una fuga che lo porterà agli estremi del pianeta.
Una prima parte, questa, di cui è giusto sottolineare tanto la natura ostica per lo spettatore meno disponibile o avvezzo a certe asperità autoriali, che si traducono anche in efficacia discontinua, quanto già la rivelazione di uno sguardo pittorico e incisivo capace di ritrarre luoghi e personaggi con eleganza mai affettata, e con la capacità di evocare sensazioni palpabili e profonde.

Rigo de Righi e Zoppis si riagganciano, nella parte italiana del loro film, a uno sguardo rosselliniano, alla poetica rurale di un'Alice Rohrwacher, all'antropologia pasoliniana e pure a quella di un Pedro Costa, ma mostrano anche, nella storia e nel come la raccontano, leggeri accenni, anticipazioni di quel che Re Granchio diverrà dopo una trasformazione che è anche quella del suo protagonista.
Fatto fuggire dall'Italia dopo aver appiccato un incendio costato la vita a una persona, Luciano lo ritroviamo infatti - in abiti talari - in Terra del Fuoco, impegnato contro e assieme a uno sparuto gruppo di pirati, e appunto a un granchio, nella ricerca di un favoloso tesoro che si dice nascosto nell'entroterra arido e montagnoso della regione.

È in questa seconda parte, che è con tutta evidenza e nessuna voglia di mascherarsi un western astratto e visionario, e allo stesso tempo in una storia di tesori e pirati stevensoniana, che Re Granchio ripaga lo spettatore che ha avuto la determinazione a non abbandonare la visione alle prime difficoltà:  per quello che diventa e per la relazione tra quel che era e quello in cui si è tramutato: una relazione che si rivela pienamente nel finale.
In Terra del Fuoco, Re Granchio cambia riferimenti e richiama alla memoria Lisandro Alonso, la Lucrecia Martel di Zama, perfino certo cinema herzoghiano; ma, soprattutto, sancisce la capacità dei suoi autori di inquadrare, raccontare, evocare. Di essere padroni del linguaggio del cinema e del potere delle storie.

Re Granchio
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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