Razzabastarda - la recensione del film di Alessandro Gassman

20 novembre 2012
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Per il suo esordio alla regia cinematografica Alessandro Gassman ha scelto i territori conosciuti della piéce teatrale “Roman e il suo cucciolo” (a sua volta tratta da "Cuba and his Teddy Bear" di Reinaldo Povod), da lui già portata in scena con successo.

Razzabastarda - la recensione del film di Alessandro Gassman

Per il suo esordio alla regia cinematografica Alessandro Gassman ha scelto i territori conosciuti della piéce teatrale “Roman e il suo cucciolo” (a sua volta tratta da "Cuba and his Teddy Bear" di Reinaldo Povod), da lui già portata in scena con successo.
RazzaBastarda segue lo schema più classico del cinema di genere, confidando su una struttura piena di situazioni tipiche. Il protagonista è un padre criminale (ma tanto devoto alla Madonna Nera degli zingari). Vuole che il figlio non faccia la sua stessa vita, che studi e diventi qualcuno, uno rispettato. Vive da trent’anni in Italia proveniente dalla Romania di Ceausescu e il figlio è frutto del suo amore per una prostituta rom.

Il tentativo di raccontare un ragazzo italiano di seconda generazione è interessante, dimostra finalmente come il cinema italiano senta di dover raccontare queste storie, come ci conferma anche Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi. Altrettanto promettente l’idea di farlo con un film di genere, mischiando il dramma e la risata.
Il titolo suggerisce l’unione fra due mondi, due razze, un meticciato degli emarginati, alla disperata ricerca di qualcosa o qualcuno che li faccia uscire dal mondo della piccola criminalità,ai margini della metropoli. Il figlio cresce come un bravo ragazzo, ma finisce soffocato dal padre possessivo e si lascia andare ad un atto di ribellione. Continuando con gli archetipi del generenon manca un bianco e nero così sporco da lasciarea tratti solo intravedere i personaggi in scena. Presente anche un ultimo atto criminale per far soldi prima di cambiare definitivamente vita, ma che rischia di andare male, con tanto di figlio e padre che lottano insieme per uscirne.

Aggiungete caratteristi di contorno “estremi” e il gioco sarebbe fatto. Appunto, sarebbe.
Perché il film ha così ogni cosa al suo posto da risultare troppo prevedibile.Un lavoro ben svolto, ma esangue. Le svolte narrative e i personaggi soffrono di unainevitabilità che risulta a tratti noiosa e ripetitiva piuttosto che tesa e sofferta. Ma il problema principale è la stonatura di alcune interpretazioni, così caricate e sopra le righe da funzionare magari a teatro, ma che al cinema allontano l’immedesimazione nei personaggi, che non risultano credibili fino in fondo, tanto quanto l’accento rumeno di Gassman attore.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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