Rapina a Stoccolma: la recensione del film con Ethan Hawke e Noomi Rapace

20 giugno 2019
2.5 di 5
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La storia di quel colpo in banca con ostaggi che portò alla definizione della cosiddetta "Sindrome di Stoccolma". Più o meno.

Rapina a Stoccolma: la recensione del film con Ethan Hawke e Noomi Rapace

So che è ingiusto nei confronti di tutta una carriera, ma nella mia testa, nella fissità immutabile dei miei vent’anni, Ethan Hawke è e sarà per sempre Troy Dyer. Troy Dyer e Jesse Wallace. Per questo motivo, io a Ethan Hawke vorrò bene sempre bene, anche quando mette la nostra amicizia a dura prova interpretando film discutibili come questo Rapina a Stoccolma. Anche quando, come in questo caso, deve fare coppia con l’attrice più sopravvalutata del globo terracqueo, che è Noomi Rapace.
E se a Hawke continuo a volergli bene, non posso volere nemmeno malissimo a questo film, che pure me lo fa recitare sempre fastidiosamente sopra le righe, e che fatica a trovare il giusto punto d’incontro, il baricentro, tra i tanti generi che pretende di mettere e tenere assieme.

Tratto da quella che i lanci pubblicitari definiscono - non senza ragioni di contenuto, ma con discutibile eleganza formale -, una “assurda storia vera”, quella della rapina-non-rapina che nella capitale svedese, nel 1973, diede origine a dinamiche tra rapinatori e ostaggi per le quali venne formulata l’ipotesi della cosiddetta “sindrome di Stoccolma”, il film di Robert Budreau vive nella perenne indecisione.
Non sa se assecondare certe sue ambizioni, quelle che vorrebbero una storia capace di far riflettere e fornire qualche spiegazione e qualche approfondimento psicologico sui perché e i percome degli eventi (per non parlare della politica, tra Richard Nixon e Olof Palme), o invece assecondare la sua vena più ludica e giocosa, se abbracciare appieno la commedia - seppur nera - condita di certi stereotipi sui film di rapina.

Come spesso accade in questi casi, il piede in due scarpe non ci sta, e Rapina a Stoccolma finisce col deludere sia dall’uno che dall’altro versante.
A rimetterci di più, chiaramente, è l’ambizione. È la psicologia. Lo spessore dei personaggi e, quindi, di tutta la vicenda, che risulta appiattito e un po’ fasullo, come le scenografie che hanno ricostruito negli Stati Uniti tutti gli interni, e che evocano gli anni Settanta con una serie di artifici che fanno tanto vetrina vintage e poco più.
A cavarsela meglio, la parte più farsesca, lo stesso Hawke che - pur sopra le righe - si diverte e trascina il film con la sua energia, e che gli regala sfumature altrimenti assenti, perché al suo fianco, oltre alla sopravvalutata Rapace, ci sono solo figurine bidimensionali, e nemmeno Mark Strong, che di solito è uno bravo, riesce davvero a essere incisivo.

Perché nella fissità immutabile dei miei vent’anni, Ethan Hawke rimane sempre Troy Dyer, e Jesse Wallace. E conciato come in questo film, capelli lunghi che poi sono una parrucca ma chissene, baffetti, occhiali improbabili e giubbotto di pelle, passione per le canzoni di Dylan (“che razza di uomo non ama Bob Dylan?”, si chiede a un certo punto il suo personaggio) e inguaribile romanticismo, alla fine me li ricorda quasi un po’.
Quasi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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