Quel che resta di mio marito: la recensione del film con Jessica Lange, Kathy Bates e Joan Allen

15 ottobre 2008

Un piccolo film americano, ma con un grande cast, di cui si sono innamorati Vieri Razzini e Cesare Petrillo della Teodora Film, che hanno deciso di acquistarlo e proporlo al pubblico italiano.

Quel che resta di mio marito: la recensione del film con Jessica Lange, Kathy Bates e Joan Allen

Ci sono film che sfuggono alla grande distribuzione, e che hanno bisogno di un atto d’amore per venire alla luce. E’ il caso di questo Quel che resta di mio marito, in originale Bonneville, dalla Pontiac decappottabile del 1966 su cui tre donne che hanno superato i secondi “anta”, fanno un viaggio dalla meta triste ma dal percorso imprevedibile.

La storia è semplice e forse per questo suona vera: Jessica Lange è Arvilla, una recente vedova che vive in un paesino dell’Idaho dal buffo nome di Pocatello. Ha sposato un uomo avventuroso di sessant’anni e l’ha amato per vent’anni, fino alla morte di lui, avvenuta da poco nel Borneo. E’ distrutta dal dolore ma la figlia di primo letto di lui (Christine Baranski, come al solito perfetta nel ruolo dell’antipatica) pretende che l’urna con le ceneri del padre riposi nel cimitero accanto a sua madre, pena l’esproprio della casa in cui Arvilla e Joe hanno vissuto i loro anni felici. E’ per portare le ceneri dalla figlia che la donna parte con due amiche, il maschiaccio Margene (Kathy Bates) e la devota e precisa Carol (Joan Allen), ma strada facendo, oltre ad elaborare il lutto, Arvilla prenderà delle decisioni importanti.

Pagato ben presto il debito a Thelma e Louise, citato all’inizio del viaggio, il film prende da subito strade diverse. Da sempre il cinema on the road racconta storie di crescita, scoperta e liberazione, e anche questo caso non fa eccezione. Ma ciò che avrebbe potuto diventare patetico e imbarazzante per attrici e attori non più nel fiore negli anni (come succede ad esempio in Mamma Mia!), nella trama che il regista Christopher N. Rowley e Daniel Davis creano partendo dalla vera storia della nonna del primo, rimane reale, onesto e sincero, dando ai suoi interpreti tutta la dignità di un’età in cui molto si può ancora dare ed avere senza per forza voler scimmiottare i se stessi di un tempo.

In questo film, interpretato da tre vere mattatrici del grande schermo non devastate dai bisturi del chirurgo plastico, si parla di morte, dolore, perdita, ma anche di nuovi inizi. Si parla di amori maturi affrontati con la spensierata consapevolezza di chi ha molto visto e sofferto (un plauso anche al bravo Tom Skerritt), della necessità di seguire la strada del cuore senza credere alle fiabe dei romanzetti Harmony, dell’amicizia tra donne e dei veri valori della vita. E lo si fa con mano lieve e senza strafare. Forse per questo il film, nonostante i grossi nomi, è uscito solo in distribuzione limitata due anni fa in patria e ha rischiato di non arrivare mai da noi.

Consigliato a chi vuole riscoprire il sapore di storie diverse e di un’America crepuscolare e malinconica, sulle cui strade per una volta, invece di serial killer e psicopatici in libertà, si incontrano persone vere in cerca di se stesse.

Quel che resta di mio marito
Trailer del film con J. Lange, K. Bates e J. Allen


  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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