Quel bravo ragazzo: la recensione del film con Herbert Ballerina

15 novembre 2016
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Nella commedia diretta da Enrico Lando un ricco cast affianca il protagonista, alla sua prima prova da solo.

Quel bravo ragazzo: la recensione del film con Herbert Ballerina

Prima di parlare di Quel bravo ragazzo, ci piace fare una precisazione, onde sgombrare il campo da eventuali equivoci: non c'è nessuna intenzione blasfema (e ovviamente nessuna somiglianza) nel titolo del film: l'ovvio riferimento al film di Scorsese, infatti, in questo caso è da intendersi alla lettera ed era in un certo senso "obbligato". Perché tale è il protagonista, Leone. Tanto bravo e ingenuo da sembrare un bambino mai cresciuto: del resto è orfano di padre, allevato in parrocchia da un prete di polso e non ha amici se non i suoi coetanei... mentali, per cui è rimasto fuori dalle brutture dal mondo. Fino al giorno in cui il padre, che non conosceva, lo fa convocare mentre si trova sul letto di morte per affidargli le chiavi del regno. Solo che l'azienda di famiglia è una cosetta chiamata mafia e tocca ai due fedelissimi scagnozzi del boss il compito di fare al poverino un “crash course” in comportamento criminale, con i prevedibili risultati del caso.

Confessiamo di essere parziali da sempre nei confronti dei personaggi nati dal genio di Marcello Macchia, alias Maccio Capatonda, e dei suoi collaboratori Luigi Luciano (Herbert Ballerina) ed Enrico Venti (Ivo Avido). Personaggi che ci fanno ridere e al tempo spesso ci spaventano, perché può capitare di riconoscerci in forma esasperata, se non noi stessi (almeno lo speriamo!), la gente brutta che prospera in questo paese e i poveracci che ne fanno le spese. Quel bravo ragazzo, però, non è un film di Maccio, ma un debutto solista cucito sulle spalle del lunare Herbert Ballerina, che dimostra qua di avere davvero la stoffa di un comico di rango.

Ci piace davvero tanto il suo idiot savant, un po' bambino e un po' mr. Chance, quel non capire degli altri se “ci è o ci fa”, la sua disarmante ingenuità, che abbiamo già apprezzato in vesti più infantili nel personaggio di Fernandello in Mariottide. L'idea di inserirne la figura nel genere della commedia di mafia è sicuramente vincente e il film è divertente, grazie anche ai comprimari d'eccezione, tra cui spicca il duo dei picciotti interpretati da Toni Sperandeo e Enrico Lo Verso (con gran divertimento loro e nostro), coadiuvati dal "principe dei non protagonisti", il sempre bravo e misurato Ninni Bruschetta nel ruolo del Consigliori.

Bella l'ambientazione ragusana e i cammei di Maccio Capatonda (ci piacerebbe uno spinoff su questo don Isidoro!) e Luigi Maria Burruano, straordinario pure nell'immobilità. Nel film si avverte anche la voglia di Enrico Lando di uscire dalle strade già battute coi Soliti Idioti. Si ride molto e si sorride spesso, anche se si ha l'impressione che siano gli attori, tutti bravissimi, a compensare i vuoti di una sceneggiatura un po' esile.

Manca insomma a Luigi Luciano – e non ce ne vogliano gli autori – uno scrittore dall'esperienza e dalle qualità di Vincenzo Cerami, che tanto contribuì al successo del qui riecheggiato Johnny Stecchino e di altri film di Benigni, anche meno riusciti di questo. Ma a parte questo, aspettiamo Herbert/Luigi nelle sue prossime prove, da solo o nella rodata compagnia dei suoi complici, perché il cinema ha ancora bisogno di qualcuno che guardi il dito mentre gli altri indicano la luna.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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