Queen of the Desert - recensione del film di Werner Herzog in concorso alla Berlinale 2015

06 febbraio 2015
3.5 di 5
70

Epica herzoghina virata al classico e al femminile.

Queen of the Desert - recensione del film di Werner Herzog in concorso alla Berlinale 2015

Bizzarro.
Il primo aggettivo che viene in mente per descrivere Queen of the Desert, è quello.  E bizzarro sì, ma per essere un film di Werner Herzog.
La vita straordinaria di Gertrude Bell - personaggio realmente esistito, una Lawrence d’Arabia al femminile che non ha mai avuto la notorietà della sua controparte maschile, sebbene avesse una conoscenza ancora più approfondita del mondo arabo e abbia contribuito ben più di lui a gettare le basi dell’odierno Medio Oriente - è infatti raccontata dal regista tedesco con un classicismo di messa in scena che sembra voler mettere la sordina a quelli che sono (o sono diventati) i tratti più immediatamente riconoscibili della sua opera.

Nella sua prima parte, Queen of the Desert è un puro melodramma in costume vittoriano, post-austeniano, nel quale al centro di tutto c’è l’amore drammaticamente negato e sfortunato tra la Bell e un aitante segretario dell’ambasciata inglese a Teheran, dove la ragazza si era rifugiata per scappare al tedio della vita altoborghese britannica. Un melò vagamente vorticoso, nel quale la macchina da presa di Herzog si muove sinuosa e appassionata, attento a un ritratto quasi pittorico della sua protagonista, e dove emerge l’unico momento intimamente herzoghiano del film, con una dichiarazione d’amore fatta alla presenza di un minaccioso avvoltoio che getta l’ombra mortifera a venire.
Poi, quando gli eventi lasciano sola Gertrude, e lei decide si abbracciare la sua condizione inseguendo la soliditudine e i segreti dei deserti arabi, e quando tutto si va facendo via via anche politico, Queen of the Desert diventa progressivamente ancora più classico e controllato, tagliando fuori dall’inquadratura o relegando ai margini tutto ciò che d'irregolare l’occhio inquieto di Herzog riesca a trovare.
Come se il film volesse vivere di confini, di quegli stessi confini che la Bell ha contribuito a tracciare al momento della nascita delle moderne nazioni del mondo arabo.

Bizzarro, quindi, che Herzog (la cui ultima fatica di finzione era quel Cattivo tenente che di classico, regolare e confinato non aveva nulla, e che invece travalicava ogni riga e demarcazione) abbia imbrigliato così il suo sguardo e il suo cinema - pur concedendosi non poche ironie, a volte spiazzanti, in sede di sceneggiatura - ridimensionando così il superomismo delle grandi avventure epiche alla Aguirre o alla Fitzcarraldo,  e abbracciando invece l’undestatement e il femminile che caratterizzava la non meno determinata volontà della Bell.
Bizzarro ma non per questo deludente.
Chiaramente mesmerizzato dalla protagonista che racconta, e che è vera e propria incarnazione della ribellione alle convenzioni e della rivendicazione di libertà (per quanto rischiosa essa sia) che gli sono care, Herzog esaurisce in lei - e nell’interpretazione soavemente determinata di una Nicole Kidman che pare essersi ritrovata, e nel suo corpo volutamente statuario (quello sì, superominico) - tutta la sua istanza irregolare e tutta la sua apertura al mondo e ai suoi segreti.

E, ancora più importante, trasferisce nella storia della Bell il senso delle sue personali peregrinazioni e delle sue esplorazioni, dandogli un rilievo che non è solo politico (fatto anche questo insolito per Herzog) ma anche filosofico.
Politico perché, oggi più che mai, la passione e la curiosità umane e antropologiche della Bell, il suo sincero e appassionato interesse per un mondo complesso come quello arabo sarebbero fondamentali per tentare di risolvere le mille tensioni e i mille conflitti che lo animano.
Filosofico perché, per Werner Herzog, il cammino di conoscenza della Regina del Deserto, prima ancora che strategico e politico, è tutto legato alla sete di sapere e conoscenza, alla sfida del mondo e delle sue convenzioni, che ha animato tutto il suo percorso umano e cinematografico.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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