Quantum of Solace - recensione del 22esimo film di James Bond

05 novembre 2008

Si intitola Quantum of Solace il ventiduesimo film di 007, in cui James Bond è interpretato ancora una volta da un Daniel Craig perfettamente all’altezza del suo compito. Due le novità: una durata decisamente breve, 106 minuti, e la regia dell’eclettico Marc Forster.

Quantum of Solace - recensione del 22esimo film di James Bond

Il significato della ventiduesima avventura cinematografica di James Bond è racchiuso in una battuta pronunciata, in una delle ultime sequenze, dalla Bond-girl Olga Kurylenko, che indicando la testa dell’agente 007, dice: “Vorrei liberarti, ma la tua prigione è qui dentro.”

La grande novità di Quantum of Solace, primo film della serie diretto da Marc Forster, è dunque nel comportamento e soprattutto nell’atteggiamento verso la vita di Bond, che come un giustiziere della notte, un cowboy del vecchio West a cui hanno ucciso la famiglia o un supereroe confinato in una angosciosa solitudine, è arrabbiato, molto arrabbiato, e cerca una spietata vendetta. Abusando della propria licenza di uccidere, non risparmia nessuno, non sorride quasi mai e si stordisce con l’alcool perché non riesce a dormire. Una bella metamorfosi, non c’è che dire, per un personaggio che ultimamente, soprattutto negli ultimi film con Pierce Brosnan, era diventato un fascinoso manichino perfettamente pettinato ed elegantemente vestito. Un cambiamento che abbiamo salutato con entusiasmo all’uscita di Casino Royale e che adesso, grazie alla presenza scenica e alla bravura di Daniel Craig, apprezziamo ancora di più.

In America non la pensano nello stesso modo, e molti giudicano il Bond di Quantum of Solace un personaggio stereotipato, monocorde e completamente privo di sense of humour, un uomo freddo, che non subisce nemmeno più il fascino delle Bond-girl. Non siamo d’accordo. L’agente 007 ha perso l’amata Vesper Lynd ed è giusto che abbia in odio il mondo intero. Del resto, era proprio così che Ian Fleming lo aveva raccontato: duro e misogino. I capelli arruffati, i tagli sul viso, le scarpe rotte e lo smoking impolverato sfoggiati in questo film lo rendono forse meno gradevole, ma sicuramente più umano e più vicino al modello di bellezza maschile di adesso, in una ricerca di verosimiglianza che corrisponde, fortunatamente, a un realismo della messa in scena.

Nessun effetto digitale in Quantum of Solace, niente blue screen, calci, pugni e cadute vere. Era proprio questo che Marc Forster desiderava: un thriller in stile anni ’60 con personaggi in tutto e per tutto contemporanei. E con scene d’azione, aggiungiamo, che non hanno nulla da invidiare ai migliori film adrenalinici del momento – e lo dimostra la sequenza, in montaggio alternato, di un allestimento della Tosca. Se possiamo rimproverare qualcosa al film è il suo ritmo eccessivamente forsennato, come se il racconto dovesse per forza precipitarsi verso il finale, sacrificando, far le altre cose, i personaggi secondari. Tutto qui. Non ce la sentiamo, come hanno fatto in molti, di giudicare Quantum of Solace un’opera di transizione. Piuttosto, è James Bond ad attraversare un periodo di transizione e il film, semplicemente, riflette coerentemente il suo stato d’animo.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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