Quando c'era Marnie: la recensione dell'ultimo film d'animazione dello Studio Ghibli

30 luglio 2015
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Diretto da Hiromasa Yonebayashi, il regista di Arietty.

Quando c'era Marnie: la recensione dell'ultimo film d'animazione dello Studio Ghibli

A quanto ne sappiamo, potrebbe essere l'ultimo film dello Studio Ghibli, in seguito alla decisione di Hayao Miyazaki di ritirarsi e di cessare (momentaneamente?) le attività del marchio che, per decenni, è stato il sinonimo e la garanzia di qualità dell'animazione proveniente dal paese del Sol Levante. Una responsabilità mica da poco, che il 42enne Hiromasa Yonebayashi (già erede designato del patron dello Studio, dopo l'ottimo Arrietty realizzato nel 2011) si carica sulle spalle senza sentirne troppo il peso.
Quando c'era Marnie, infatti, s'iscrive con coerenza dentro i parametri principali dell'estetica e della poetica Ghibli, ma mantenendo un tocco personale e identitario che gli garantisce una certa autonomia, seppur rispettosa della tradizione.

È tratto da un romanzo dell'inglese Joan G. Robinson, Quando c'era Marnie: un libro molto amato dallo stesso Miyazaki, suggerito da Toshio Suzuki a Yonebayashi e adattato dal regista in un contesto giapponese nel quale non stona affatto il tema (da sempre centrale negli anime nipponici) dell'essere orfani e del venire a patti con questa condizione, con le proprie radici familiari e con la propria famiglia adottiva.
Protagonista, infatti, è Anna, una dodicenne introversa e asmatica che sua madre non riesce più a capire, e che per migliorare le sue condizioni di salute (e forse anche quelle psicologiche) viene mandata da Sapporo in un piccolo paese di sul mare dove risiedono degli zii. Lì, Anna rimarrà affascinata da una vecchia casa disabitata sulla baia, all'interno della quale scorgerà l'amica immaginaria che le farà conoscere cose sul mondo e su sé stessa che non avrebbe mai immaginato.

Più che un fantasy, però, Quando c'era Marnie è un melodramma: un melodrammone, anzi, con Anna e la sua amica Marnie pronte a scoppiare in lacrime in qualsiasi occasione, per il dolore delle loro rispettive condizioni o per la gioia del loro legame magico e profondo. Non è una lamentela, ma una constatazione, resa necessaria anche dal fatto di rappresentare proprio uno di quegli elementi di discontinuità rispetto ai più tradizionali titoli Ghibli.
Yonebayashi, infatti, pensa chiaramente al suo film come a un'opera in live action: tanto dal punto di vista narrativo (non c'è mai quella magia totalmente fantastica, e il confine tra sogno e realtà è ben chiaro alla stessa Anna) quanto da quello formale, con una serie di scelte che traducono letteralmente in animazione inquadrature e sequenze perfettamente replicabili e utilizzabili in un film “vero”.

Ciò non significa, ovviamente, che la qualità dell'animazione non sia perfettamente in linea con gli standard della Ghibli, o che i tratti non siano riconoscibili: a impressionare, più di ogni cosa, è l'accuratezza pittorica dei fondali, realizzati con una tecnica quasi impressionista, e la cura maniacale per ogni dettaglio scenografico, specie se naturale.
Ed è lì, nella natura, che lo stile pulito e realista di Yonebayashi, s'innesta al grado più altro con la tradizione di Miyazaki. Perché come ogni piccolo eroe o eroina dello Studio Ghibli, anche Anna troverà nell'abbandono della dimensione urbana e nell'immersione nei ritmi e nei flussi di campagne, mari, foreste e prati, il recupero di quell'equilibrio che porta al superamento dei problemi alla riscoperta di sé e della propria sicurezza.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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