Qualche nuvola - la recensione del film di Saverio Di Biagio

07 settembre 2011
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Un esordio dovrebbe partire sempre dalle proprie esperienze personali. Sembra rispettare questo noto adagio Saverio Di Biagio in Qualche nuvola raccontando vicende e personaggi conosciuti e credibili del quartiere popolare del Quadraro di Roma

Qualche nuvola - la recensione del film di Saverio Di Biagio

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Qualche nuvola - la recensione del film di Saverio Di Biagio


Un esordio dovrebbe partire sempre dalle proprie esperienze personali. Sembra rispettare questo noto adagio Saverio Di Biagio in Qualche nuvola raccontando vicende e personaggi conosciuti e credibili del quartiere popolare del Quadraro di Roma. Due ragazzi sono prossimi alle nozze dopo dieci anni di fidanzamento. Lui è passivamente succube della furia decisionale e organizzativa di lei. Il lavoro lo porterà a conoscere una ricca e affascinante ragazza che metterà in crisi il suo rapporto.

Muratore come lo era Elio Germano ne La nostra vita (che qui fa un gustoso cameo come venditore di un negozio di mobili) cerca di raccontare un mondo simile al film di Luchetti, quello di borgata, con tutte i suoi tasselli al posto giusto. I ragazzi maschi cresciuti un po’ per strada, un po' all'oratorio, mentre le femmine sono cresciute progettate per sposarsi e procreare. Le famiglie che si conoscono da sempre e si ritrovano ancora per prendere un caffè e spettegolare. Le partite di calcetto, la casa per i neosposi da arredare. Ma la scelta di sposarsi per il protagonista, il bravo Michele Alhaique, suona più che una scelta un passaggio obbligato per forza d'inerzia. Risulta però forzato che per fargli cambiare la percezione di un passo del genere entri nella sua vita una donna "ricca", tutta vernissage e tanto tempo libero, facendo percorrere al film un terreno accidentato come quello della differenza sociale. Le intenzioni di mettere a confronto due mondi, due classi, risulta poco riuscito così come il tentativo di rappresentare la crisi di un mondo in cui si lavorava sulla fiducia, in cui datore di lavoro e operaio si rispettavano e "bastava una stretta di mano", rispetto ad una contemporaneità priva di etica del lavoro.

Detto questo non si può negare la sincerità del film e il fatto che i dialoghi suonino autentici. Pregio da considerare in un mare di cinema italiano che colleziona problemi di credibilità.

Non tutte le interpretazioni sono convincenti, mentre il personaggio che alla fine risulta più interessante è proprio Primo Reggiani, l'amico per la pelle del protagonista. I due sono cresciuti insieme, ma prendendo strade diverse. La sua svagata e un po' cialtrona superficialità finisce per nascondere un senso dell'onore "di strada" che lo rende il più compiuto e consapevole.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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