Project Nim - la recensione del film di James Marsh

01 novembre 2011
3.5 di 5
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Gli anni 70 sono stati un periodo di grande creatività e trasgressività anche dal punto di vista della ricerca scientifica. Nel bene come nel male. Era il 1973 quando uno psicologo della Columbia fece partire l'esperimento che dà il titolo al documentario di James Marsh

Project Nim - la recensione del film di James Marsh

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Project Nim - la recensione del film di James Marsh


Gli anni Settanta sono stati un periodo di grande creatività e trasgressività anche dal punto di vista della ricerca scientifica. Nel bene come nel male.
Come che sia, era il 1973 quando uno psicologo della Columbia University, Herbert S. Terrace, fece partire l'esperimento che dà il titolo al nuovo documentario di James Marsh.
Terrace ambiva a dimostrare che uno scimpanzé, se cresciuto come un essere umano, avrebbe potuto imparare comunicare con un linguaggio, attraverso l'uso dei segni. Ne prese uso di pochi giorni, battezzato ironicamente Nim Chimpsky, e lo affidò a una sua ex studentessa, che lo adottò e lo crebbe come parte della sua famiglia.
Presto però quella sistemazione non fu sufficientemente rigorosa dal punto di vista scientifico per Terrace, che trasferì Nim in un'altra casa e lo circondò di una nuova famiglia composta da ricercatori. Quando poi, crescendo, l’aspetto animale del “soggetto” emerse rendendo evidente l’impossibilità di continuare l'esperimento senza rischio per gli umani coinvolti, Nim fu rispedito da dove veniva.
Fu difficile per una scimmia che non era (più) come le altre integrarsi nuovamente nel contesto di un centro di ricerca per primati: ma con l’aiuto di altri addetti ci riuscì. Appena in tempo per essere trasferito prima in un laboratorio di ricerca medica dove rischiava di essere usato come cavia, dal quale fu salvato grazie all’interessamento di un avvocato di New York.
Nim finì in Texas, in una specie di rifugio per animali vittime di abusi, solo e disperato per anni, fino a quando i suoi amici del passato riuscirono a rientrare in contatto con lui e a garantirgli un contesto adeguato alle esigenze.

Ricostruire qui l’odissea di Nim Chimpsky non è una puntigliosità o un eccesso di scrupolo. Serve per far comprendere come, nel seguire questi continui cambi di vita del suo protagonista, in Project Nim James Marsh sia stato estremamente fedele ai fatti dal punto di vista documentaristico (pur utilizzando lo stile fatto di alternanza tra repertorio, interviste e ricostruzioni giù visto in Man on Wire). E come, proprio in virtù di questa cronachistica fedeltà, sia riuscito a fare della parabola di vita di Nim qualcosa in grado di evocare e mettere in discussione temi complessi sulla natura umana prima ancora che su quella animale.

Intelligentemente disinteressato all’aspetto scientifico dell’esperimento, come alla retorica animalista, Marsh preferisce mettere in luce (senza condannarla moralisticamente) l’arroganza scientifica e l’egoismo narcisista di Terrace, che con Nim non ha mai avuto un reale legame, contrapponendolo al forte e controverso legame affettivo di coloro i quali gli sono stati vicino come familiari, amici, insegnanti.
Con il procedere e il complicarsi della vita dello scimpanzé, Project Nim fa crescere la complessità del racconto e delle sue implicazioni, appassionando, commuovendo e soprattutto sollevando seri interrogativi sul come, se e dove piazzare il confine tra ciò che è umano e ciò che è bestiale.
L’utopia di Terrace era tale, e destinata a fallire, proprio perché originava da un presupposto impossibile come quello di crescere un primate come un bambino vero. Ma, allo stesso tempo, i comportamenti e i legami che Nim era capace di strutturare e mettere in pratica dimostravano molta più umanità di quelli di alcuni dei suoi custodi o curatori.

Alcuni, non tutti: perché c’era chi preferiva la sua compagnia a quella degli uomini, come accadeva a Bob Igersoll, uno dei tanti personaggi che sono stati vicini al protagonista del film. Igersoll trattava Nim come un amico, gli teneva compagnia, ci giocava, si divertiva, si faceva persino le canne con lui: ma non ha mai commesso l’errore di non ricordare a lui o a sé stesso che non era un uomo, ma una scimmia.
Che il rispetto e la consapevolezza di Igersoll - che Marsh definisce l’unico vero eroe del suo film - generassero dal suo essere un hippy può apparire una coincidenza. Ma forse non lo era.
Quel che è importante, però, è che ieri come oggi, si tratti di animali o di uomini, per una convivenza pacifica e una speranza di progresso sociale il rispetto per la differenza e il comportamento egualitario sono ingredienti impossibili da separarsi.
Filosofia della differenza. Da ripetere a memoria.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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