Professione assassino - la recensione del film con Jason Statham

22 agosto 2011
2.5 di 5
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Ci sono in mezzo quasi quarant’anni, tra questo Professione assassino e l’omonimo originale uscito nel 1972. Quarant’anni e tutta la pellicola che è passata sotto i ponti.

Professione assassino - la recensione del film con Jason Statham

Professione assassino - la recensione

Ci sono in mezzo quasi quarant’anni, tra questo Professione assassino e l’omonimo originale uscito nel 1972. Quarant’anni e tutta la pellicola che è passata sotto i ponti.
Se allora alla regia c’era uno specialista del cinema di genere come il ruvido e caustico Michael Winner (quello che avrebbe iniziato la saga del Giustiziere della notte), oggi al suo posto c’è un jolly dei b-movie d’azione come Simon West, ben più conciliato e conciliante responsabile di titoli come Tomb Raider e Con-Air. La bandiera che sventola è la stessa, quella britannica, ma la mano è gli stili sono inevitabilmente differenti.
Come è differente l’approccio al personaggio che fu di Charles Bronson da parte di Jason Statham. Se l’ex tuffatore inglese si va sempre più affermando come divo indiscusso del cinema d’azione contemporaneo, anche grazie a quanto mostrato in questo film, sarebbe sbagliato mettere in parallelo lo stile recitativo monocorde e la fissità espressiva dei due attori: ché (volutamente, e come logica conseguenza del quadro in cui è iscritto) all’Arthur Bishop di oggi manca quasi del tutto la ieraticità marziale e quasi monacale, filosofica di quello di allora.

Partendo da questi paralleli, diviene più facile comprendere come Professione assassino sia un film dalla personalità vagamente schizoide, che non ha il coraggio di abbracciare appieno una radicale essenzialità in stile seventies e nemmeno la sfacciataggine di sprofondare negli eccessi pirotecnici e ironici delle più fracassone produzioni contemporanee (tra le quali, quelle con Statham protagonista sono le prime da prendere come rifermento).
È questa natura spuria e bastarda, però, a regalare al film di West tratti di personalità che altrove mancano: e nell’imperfezione Professione assassino trova la sua forza.
In qualche modo, si può sostenere che la tensione interna al film che abbiamo appena descritto sia rispecchiata in quella tra il Bishop dell’imperturbabile Jason Statham e lo Steve McKenna del sempre (più) nevrotico Ben Foster.

Depennata quasi integralmente la componente omoerotica che caratterizzava il rapporto dei due personaggi nell’originale, in questo remake è una dinamica amletica a dettare ritmi e modi dell’interazione. Ma allora come oggi, la psicologia è comunque in secondo piano: specie quando West si fa prendere la mano e il suo film rompe gli argini e inanella una serie di esagerazioni che la sceneggiatura non riesce a contenere con la logica della scrittura.
Professione assassino prosegue allora verso un finale che non appare imprevedibile nemmeno a quanti avevano precedente dimestichezza con la storia, mantenendo solo una parte del cinico pessimismo di allora e mixandolo con un mezzo sorriso sardonico.
Resta comunque, mastodontica, la presenza di un Donald Sutherland capace di illuminare di classe e sarcasmo le sue scene che gli son state riservate, mentre delude i fan la partecipazione fugace di Mini Anden.
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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