Berlinale 2013: la recensione di Prince Avalanche, il film di David Gordon Green

13 febbraio 2013
3.5 di 5

Un piccolo ma significativo film, che ci regala qualche bella emozione e la promessa della restituzione di un autore che, oramai, davamo per perso.

Berlinale 2013: la recensione di Prince Avalanche, il film di David Gordon Green

In Concorso.

È tornato un regista.
Forse non un grande regista, forse non quello che ci aveva fatto innamorare dei suoi primi lavori. Ma, dopo la deriva stoner sempre più inquietante di film come Pineapple Express, Your Highness o Lo spaventapassere, Prince Avalanche è un passo avanti notevole e comuque coerente al percorso di David Gordon Green.
Remake di un film islandese, Á annan veg, vincitore del Festival di Torino nel 2011, Prince Avalanche non è infatti un dramma puro e contiene in sé numerosi (e riusciti) elementi di commedia, dimostrazione di come il regista abbia introiettato dei meccanismi e li abbia declinati qui in maniera meno triviale di altre. Ma, soprattutto, è un film riporta Green alle sue radici indipendenti, per struttura produttiva ma soprattutto per spirito e messa in scena.

La bromance tra Emile Hirsch e Paul Rudd - strana coppia curiosamente molto funzionale e funzionante -, che è un racconto di vita, cambiamento e maturazione secondo coordinate narrative ed emotive sfasate e fuori tempo, viene portata avanti con una costante alternanza tra registri: quello più umoristico e quello, che emerge in particolare nei momenti più contemplativi e di scambio non verbale con la natura del Texas centrale che è teatro dell'azione, rarefatto e malinconico che caratterizzava i primi film di Green.
In qualche modo, quindi, in Prince Avalanche è possibile rintracciare tracce piuttosto evidenti del Green di George Washington e di All the Real Girls, e persino, in dosi residuali, del momentaneo surrealismo di Undertow e dell'amarezza di Snow Angels. Ma non si tratta di semplici riproposizioni, ché il regista pare aver guardato anche a certi aspetti dello stile di Wes Anderson o di Jared Hess.

Alvin e Lance sono chiamati a risorgere dalle proprie ceneri come le foreste nelle quali lavorano, a rimettersi in sesto come le strade che devono curare, ed accettare la natura fantasmatica eppure concretissima dell'amore.
Nell'accompagnarli lungo questo percorso, Green non eccede né in pedanteria né cerca la leggerezza a tutti i costi, centrando tonalità genericamente agrodolci capaci di sfociare nella risata come di stringere il cuore, come in una sequenza nella quale il personaggio di Rudd va, letteralmente, a scavare in un passato raso al suolo nella ricerca (im)possibile di tracce di un'identità.

E un'identità, Green, con Prince Avalance sembra averla ritrovata. Il suo è un piccolo ma significativo film, che ci regala qualche bella emozione e perlomeno la promessa della restituzione di un autore che, oramai, davamo per perso.

Prince Avalanche
Il trailer del film con Paul Rudd e Emile Hirsch


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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