Priest Recensione

Titolo originale: Priest

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Priest - la recensione del film

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Priest - la recensione del film

Priest - la recensione del film

Dopo la confusione sia estetica che narrativa mostrata con Legion, la coppia formata dal regista Scott Stewart e dall’attore Paul Bettany ha notevolmente aggiustato il tiro e proposto con questo nuovo Priest un’opera di intrattenimento che prima di tutto riesce ad intrattenere con gusto, e successivamente lavora con sorprendente lucidità dentro la recentemente troppo abusata contaminazione dei generi.
Lo spunto di partenza è il graphic novel di Hyung Min-woo pubblicato tra il 1998 e il 2007. Sfruttando con arguzia le suggestioni del fumetto, Stewart invece di mescolare a casaccio rimandi cinematografici e citazioni inutili si concentra sul western di ambientazione post-apocalittica. La trama semplicissima è però perfettamente funzionale al genere, così come il lavoro iconografico che il regista fa sulle ambientazioni, sui costumi  e le scenografie. Anche se in teoria dovrebbe essere un horror con protagonisti i vampiri, Priest limita questa componente al minimo, sfruttandola secondo le coordinate più recenti che vogliono accostarsi maggiormente alla fantascienza – vedi ad esempio Io sono leggenda.

Tenendo ben presente il filone creato da Mad Max, il film lavora sull’estetica desolata di un mondo reso arido dalla guerra per ricostruire una nuova terra di frontiera, vasta e desolata, in cui l’ordine deve essere ristabilito da un protagonista depositario di un codice morale introiettato dal passato. Come l’eroe decaduto che si ribella con la propria individualità alle leggi di una società in cui non si riconosce più, Paul Bettany si muove con la sua indubbia presenza scenica contro un “villain” che altro non è se non uno specchio oscuro: il reietto che vuol far saltare il sistema che lo ha abbandonato (un convincente ed ironico Karl Urban). Come nell’impianto più classico e sfruttato del western, i due sono facce della stessa medaglia, due outsider esclusi dallo status quo che però rappresentano e credono in differenti soluzioni per cambiarlo: l’anarchia del caos e della distruzione totale del vampiro contro la continuazione di un codice morale portata avanti appunto dal prete.

Oltre ai due contendenti c’è poi tutta una serie di personaggi secondari che strizzano l’occhio agli archetipi del western: su tutti il giovane idealista che diventa la spalla più giovane dell’eroe – un Cam Gigandet ancora abbastanza acerbo – il quale sembra uscito fuori direttamente dalla miglior tradizione del cinema di Howard Hawks, su tutti il suo capolavoro Fiume rosso, con John Wayne e Montgomery Clift. E poi la bella che decide di schierarsi accanto a colui con cui condivide la visione etica: a dare corpo e volto alla donna una Maggie Q sempre più affascinante.
Ma Priest non si ferma qui e cita a piene mani senza però risultare fastidioso praticamente tutto il western classico, in particolar modo quel Sentieri selvaggi di John Ford che è in pratica il punto di riferimento riguardo l’intera epoca d’oro di Hollywood.

Inserito in una politica commerciale rivolta esplicitamente al grande pubblico, Priest va segnalato in quanto prodotto costruito con intelligenza, un’idea di cinema precisa ed una gustosa volontà di riproporre gli stilemi fondanti del cinema del passato per inserirli in un contesto estetico più attuale. L’operazione è senz’altro riuscita, e merita una visione non preconcetta.  Decisamente non c’era bisogno di adoperare il 3D anche per questo lungometraggio, ma ormai sembra un dazio che lo spettatore deve pagare oltre la soglia del consentito. Un uso maggiormente parsimonioso del sistema di proiezione è a dir poco auspicabile.

P.S. – Per gli appassionati di storie di vampiri, c’è anche il gustoso cammeo di Stephen Moyer e Mädchen Amick, due attori che con i non-morti succhiasangue hanno avuto decisamente a che fare…

Priest
Un nuovo trailer italiano del film
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