Possession - L’appartamento del diavolo: recensione del film spagnolo su una casa stregata

23 luglio 2021
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Possession - L'appartamento del diavolo sfrutta un sottogenere horror per raccontare la Spagna di metà anni '70, la povertà e la famiglia. Il regista Albert Pintó si muove quindi fra horror e dramma sociale.

Possession - L’appartamento del diavolo: recensione del film spagnolo su una casa stregata

A dispetto del titolo, che suggerisce apparizioni demoniache, esorcismi e acerrime battaglie fra il bene e il male, Possession - L'appartamento del diavolo più che un horror è un thriller soprannaturale e un dramma sociale. Siamo, non c'è dubbio, nel territorio delle case infestate che racchiudono fantasmi inquieti e vendicativi e in cui gli oggetti si spostano, le porte sbattono all'improvviso e figure indistinte si muovono veloci alle spalle degli ignari protagonisti, ma l'impressione è che Albert Pintó​ faccia ricorso al genere per parlare di altro.

Da sempre, e soprattutto negli anni Settanta, l'horror era ed è, nelle sue varie declinazioni, un pretesto per raccontare le aberrazioni e le paure delle società, e proprio negli anni Settanta è ambientata la nostra cupa storia, che si svolge in una città, Madrid, che nel dopo-Franco era sinonimo di luce, progresso e speranza. In più, il quartiere che fa da sfondo alla triste e agghiacciante vicenda della famiglia Olmedos aveva, in passato, un nome beneaugurante: Barrio Maravillas. Ovviamente non ci sono cose meravigliose in Possession, ma solo un fantasma molto meno spaventoso dell'orrore a cui vanno incontro i personaggi principali. E questo orrore altro non è se non la povertà, ovvero l'incapacità di sostenere economicamente i propri cari e di svincolarsi da padroni tirannici e dalla banca a cui pagare il mutuo.

Fuggono da un villaggio di campagna Manolo e Candela, insieme ai figli Pepe, Amparo e Rafael. Fuggono portandosi dietro un orribile peccato che, come in una tragedia greca, sembra doverli destinare a una terribile espiazione. La vendetta della sorte contro le loro malefatte va in scena al numero 32 di una strada chiamata Malasaña, e nemmeno un nonno con la demenza senile sfugge alla maledizione, perché in fondo il film narra di un mondo ingiusto. Ecco perché la psicologia dei protagonisti è così importante, e il regista catalano perde giustamente tempo a caratterizzarli con efficaci pennellate, insistendo sui loro sogni che probabilmente si infrangeranno e coinvolgendo, nel suo affresco di anime perse, perfino il fantasma. Il quale fantasma è di certo il personaggio più interessante del film, un outcast per eccellenza se non un freak, di cui nulla diremo se non che i suoi disgraziati trascorsi consentono a Pintó di invitarci alla tolleranza e di rivendicare, ancora una volta, che per l'uomo non esiste bene più prezioso della dignità.

Se ottima e accurata è la ricostruzione d'epoca, il coté spaventoso del film è meno riuscito. Pintó stabilisce subito un clima di incertezza e disagio. La casa appare immediatamente malvagia, ma i troppi omaggi a Hitchcock, a Poltergeist - Demoniache presenze, a Shining e così via bloccano a tratti la sospensione dell'incredulità. Né giova al libero fluire del racconto il personaggio di una giovane medium disabile che, invece del campanello di Hector Salamanca di Breaking Bad, ricorre a una specie di fischietto per farsi sentire dagli altri, nel nostro caso da chi libererà il suo corpo da spiriti crudeli. Migliore, e ben più inquietante, il ricorso a oggetti della quotidianità tipicamente spagnoli (trottole e biglie) a mo' di trigger di puro terrore. La morte, poi, scorre sui fili per appendere il bucato e non solo, e anche le tende e il televisore faranno la loro perturbante parte.

In patria Possession - L'appartamento del diavolo ha totalizzato un ottimo incasso e la cosa non stupisce, vista l'allusione, come dicevamo, a un tempo difficile per la Spagna, l’innegabile ricercatezza stilistica e il finale interessante. A noi il film è piaciuto per la dolcezza, l’umanità e insieme la forza della giovane e bella Amparo, donna moderna che accudisce i fratelli e contemporaneamente sogna l'abbandono del nido e l'indipendenza economica. E’ lei l'incarnazione di un paese non più bigotto, "piccino" e incline a confondere la diversità con la possessione, ma libero e aperto: un luogo, quindi, dove, come dice Candela a inizio film "c’è spazio per tutti".



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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